Addio privilegi e orari più lunghi: così la crisi entra nei contratti

16/09/2004


            giovedì 16 settembre 2004

            Addio privilegi e orari più lunghi
            Così la crisi entra nei contratti
            Dopo la svolta dei piloti. Sacconi: non ci sono più normative intoccabili Dai telefonici ai ferrovieri, nelle nuove intese cresce il peso della produttività

            ROMA – «Nel Regno Unito si chiama concession bargaining , in Francia contrat donnant-donnant , in Italia potrebbe chiamarsi contratto a perdere», spiega Tiziano Treu, giuslavorista ed ex ministro del Lavoro (Margherita). Sono i contratti dove il lavoratore rinuncia a conquiste del passato («non chiamiamoli diritti acquisiti, perché quelli sono un’altra cosa»), sia sull’orario sia sul salario, per conservare il posto di lavoro.

            Fino a pochi anni fa erano essenzialmente limitati alle aziende che attraversavano crisi momentanee. Qui, per esempio, i sindacati, piuttosto che i licenziamenti, accettavano di bloccare i salari per qualche anno. Poi la globalizzazione della competizione ha fatto sì che interi settori manufatturieri di base siano sottoposti alla sfida sui costi da parte dei Paesi emergenti (Est europeo, Cina, Oriente). Al punto che in Germania e in Francia sono stati stipulati accordi tra colossi come la Siemens (ma non solo) e i sindacati dove, in cambio della rinuncia dell’impresa a spostare stabilimenti in Paesi a basso costo della manodopera, i lavoratori hanno accettato di lavorare di più a parità di salario. Ora qualcosa del genere (non è in gioco la delocalizzazione ma il fallimento) sta accadendo da noi nella trattativa per il salvataggio dell’Alitalia.

            L’intesa con i piloti, che prevede un aumento del lavoro a parità di salario, è emblematica. Fino a poco tempo fa questa categoria, che perfino il leader della Cgil Guglielmo Epifani ha definito con un eufemismo «un po’ privilegiata», era considerata una delle più forti perché dotata di un altissimo potere di ricatto: poche centinaia di lavoratori potevano mettere in ginocchio con uno sciopero l’intero trasporto aereo. Adesso sono stati i primi a cedere. Qualcosa si è rotto. «È certamente una novità – dice il sottosegretario al Lavoro, Maurizio Sacconi -. Vengono rimodulati privilegi e normative che sembravano intoccabili. Se lo ha fatto una categoria corporativa come quella dei piloti c’è da sperare che lo faccia anche il sindacato confederale».


            Anche secondo Natale Forlani, amministratore delegato di Italia Lavoro ed ex dirigente Cisl, siamo davanti a una «novità radicale», nonostante non manchino i precedenti. «Nel ’96-97, da sindacalista, feci l’accordo per far fronte proprio alla prima crisi dell’Alitalia col quale si prevedeva non solo che i nuovi assunti avrebbero preso circa il 25% in meno, ma anche che una parte del personale in esubero sarebbe finita in Alitalia Team con stipendi più bassi». Adesso a fare la differenza è soprattutto il contesto, la congiuntura internazionale che fa sorgere una domanda: i contratti frutto di decenni di storia negoziale, dove ogni accordo ha aggiunto qualcosa, migliorando sia le condizioni di lavoro sia gli stipendi, verranno rimessi in discussione dal
            dumping contrattuale dei Paesi emergenti?

            «In Italia – risponde Forlani – non c’è un problema generale di questo tipo perché noi siamo già collocati a livello internazionale nelle fasce medio-basse del costo del lavoro. C’è però un problema che riguarda gli ex monopoli e settori protetti dalla concorrenza», dove i contratti erano diventati particolarmente generosi (per non parlare dei regimi previdenziali), ma sono entrati immediatamente in crisi con l’apertura dei mercati. Esemplare il caso delle telecomunicazioni dove il vecchio contratto Sip-Telecom diventò ingestibile con l’avvento dei primi concorrenti, come Omnitel, che applicarono ai loro dipendenti il contratto dei metalmeccanici, con retribuzioni mediamente più basse del 30%. Si arrivò così nel giugno del 2000 al contratto unico di settore, che fu seguito da un’aspra vertenza fra la stessa Telecom e i sindacati sulla sua applicazione nell’azienda ex monopolista. Problematiche simili si sono poste anche per gli altri contratti di settore (ferrovie, energia), ma su scala ridotta visto che qui manca ancora un’effettiva liberalizzazione.


            Che l’operazione sia molto più difficile nell’industria manifatturiera è provato da quanto avvenuto allo stabilimento Siemens di Cassina de’ Pecchi (Milano) dove i lavoratori hanno respinto con un referendum l’accordo tra azienda e sindacati che prevedeva di passare da due a tre turni (fino alle due di notte) per salvare 124 posti di lavoro. Ma ormai una cosa è chiara: non si può parlare di diritti acquisiti. «Parliamo invece di diritti conquistati con la contrattazione – dice Treu – e che, sempre con la contrattazione, possono essere tolti. È del tutto legittimo. Sono le parti che soppesano di volta in volta le rispettive convenienze. L’importante è che i contratti a perdere non diventino la regola per competere. La concorrenza non si vince così, ma migliorando la produttività, la qualità e la formazione».

            Enrico Marro

            Economia