Addio allo scalone con la nuova previdenza

20/07/2007
    venerdì 20 luglio 2007

    Pagina 4 – Economia

      Addio allo scalone con la nuova previdenza

        Dal 2008 in pensione a 58 anni, poi somma età-contributi. Tagli ai privilegi

          LUISA GRION

          ROMA – Addio «scalone», addio triplo salto nell´età pensionabile: dal prossimo anno non si andrà in pensione passando – in una sola notte – dai 57 ai 60 anni di età richiesti per lasciare il lavoro (come prevedeva la riforma Maroni dal 2008), ma salendo «scalini» e contando «quote».

          Un meccanismo al quale si è lavorato tutta la scorsa notte – in un lungo incontro a Palazzo Chigi fra governo e sindacati – e che il premier Prodi porterà oggi al Consiglio dei ministri. Il sistema degli «scalini» è chiaro e condiviso da giorni: dal gennaio 2008 per lasciare il lavoro con 35 anni di contributi bisognerà aver raggiunto i 58 anni di età. Per un anno e mezzo o due la regola non subirà variazioni, ma passato quel lasso di tempo entrerà in azione il meccanismo delle «quote» (la somma fra età anagrafica e anni di contributi versati).

          Un sistema, questo, che ha richiesto trattative molto più complesse, tanto che al tavolo di ieri sera governo e sindacati sono arrivati con posizione diverse. L´esecutivo, si sa – ala della sinistra radicale a parte – puntava a realizzare «quota 96» ovvero a far sì che per aver diritto all´assegno il lavoratore dovesse arrivare a quella precisa somma (quindi 58 anni di età con 38 di contributi, o 59 anagrafici e 37 di versamenti e così via) per lievitare, negli anni successivi ad un totale di «97». Sindacati e Rifondazione puntavano invece a partire da quota 95 per arrivare, nel gradino successivo (18 mesi per il governo, o come loro richiedono due anni), a quota 96.

          Un mix, quello degli scalini e delle quote, dal quale potranno ritenersi in parte esclusi solo i lavoratori che svolgono mansioni usuranti, cui verrà concesso un trattamento di favore in virtù dell´ulteriore fatica sopportata. L´elenco di tali mestieri è stato fissato nel 1999 da un decreto dell´allora ministro Cesare Salvi, cui – per quanto riguarda la previdenza – andrebbero aggiunte anche le mansioni vincolanti (legate ad una catena di montaggio) e i turnisti con orario di lavoro notturno. Al caso sarebbe interessata una platea di quasi due milioni di lavoratori, ma pare che il mantenimento delle vecchie regole – dal punto finanziario – possa essere garantito solo per 5 mila lavoratori l´anno.

          A proposito di copertura (1 miliardo l´anno per i prossimi dieci anni) le risorse necessarie per abolire lo scalone arriveranno da un aumento dei contributi dei parasubordinati, l´accorpamento di alcune attività degli enti previdenziali, un possibile prelievo sulle cosiddette pensioni d´oro, e con una sforbiciata di alcuni privilegi pensionistici.

          Per chi potrà vantare 40 anni di contributi versati resterà chiaramente in piedi la possibilità di andare in pensione indipendentemente dall´età anagrafica (sempre nelle due «finestre» previste), ma rispetto alle vecchie norme sarà messo sul piatto un incentivo a favore di chi resta. Con il sistema attuale, infatti, i 40 anni di lavoro rappresentano un tetto massimo e garantiscono un assegno finale pari all´80 per cento dello stipendio, la nuova previdenza permetterebbe invece di restare al lavoro per altri due anni con una rivalutazione della pensione di un ulteriore 4 per cento. Per quanto riguarda la partita dei coefficienti di trasformazione (ovvero la necessità di adeguare i trattamenti alla maggiori prospettive di vita) al momento il nodo è rinviato all´esame di una commissione tecnica che calibrerà l´intervento tenendo conto delle incognite legate alla flessibilità del lavoro giovanile: i nuovi coefficienti entreranno comunque in vigore dal 2010.

          L´intero pacchetto previdenza che il governo si appresta a varare va letto comunque assieme a quella che sarà la riforma degli ammortizzatori sociali e alle modifiche annunciate alla legge Biagi con l´intento di contenerne gli effetti sul precariato.