Addio al Tfr (2.continua)

04/07/2005
    domenica 3 luglio 2005

    Pagina 15 – Economia

    INCHIESTA

      La pensione di scorta sbarca in Borsa

        Rendimenti più alti della vecchia liquidazione, via alla sfida dei fondi

          Nonostante le compensazioni esiste un margine di incertezza: si sa quanto si versa ma non quale sarà la prestazione

            Negli ultimi quattro anni performances poco soddisfacenti, ma l´arco temporale dell´investimento andrà considerato in decenni

              La nuova previdenza integrativa si affiancherà a quella pubblica, resa sempre più magra dalle ultime riforme

                Decisivo per il lavoratore sarà il "tasso di sostituzione", quanto cioè i nuovi strumenti compenseranno le quote perse

                  ROBERTO MANIA

                    ROMA – «Nel lungo periodo – diceva John Maynard Keynes – siamo tutti morti». Frase celebre, tra le più efficaci per dire che nei tempi lunghi l´unica certezza è quella di passare a miglior vita. Altre non ce ne sono. E di certezze negli investimenti finanziari di lungo periodo, 30-40 anni, ve ne possono essere poche, pochissime. Vale anche per i fondi pensione integrativi che sono a contribuzione definita (si sa quello che periodicamente si versa) ma non garantiscono una prestazione definita (si sa quello che si riceve in percentuale rispetto ad un determinato valore), come accadeva nella vecchia previdenza pubblica. Il margine di aleatorietà, nonostante le possibili compensazioni, c´è, eccome. Senza, per questo dover pensare allo scandalo della Enron con quel miliardo di dollari investito dai fondi pensioni dei dipendenti in azioni della loro società che stava ormai crollando a picco. Quella è un´altra storia, e non riguarda le pensioni.

                    Una certezza, comunque, c´è. Ed è propedeutica alla stessa previdenza complementare: è quella che in un sistema previdenziale pubblico passato dal metodo retributivo a quello contributivo l´assegno pensionistico è destinato ad assottigliarsi. Qui il concetto chiave è tasso di sostituzione, cioè il rapporto tra la pensione e l´ultima retribuzione. Chi è andato in quiescenza nel 2000, infatti, ha ricevuto un assegno superiore al 67 per cento dell´ultimo cedolino. Una percentuale che via via è destinata a scendere negli anni fino a toccare poco più del 30 per cento a metà di questo secolo, nel 2050. Ma c´è di più: a meno di modifiche legislative (difficili da immaginare con i conti pubblici di nuovo in sofferenza) i trattamenti pensionistici continueranno ad essere adeguati alla sola dinamica del costo della vita e non già anche a quello dei contratti, come nei decenni precedenti. D´altra parte è stata proprio questa una delle norme che ha permesso dalla prima riforma Amato (1992) a quelle successive (Dini, Prodi e Berlusconi) di arrestare la crescita della spesa previdenziale, e dunque, di risparmiare. L´effetto di quel meccanismo è che le pensioni liquidate finiranno per perdere anche più del 20 per cento in proporzione all´anticipo con cui sono state erogate. Ce n´è abbastanza per capire che pur continuando a pagare tanti contributi (il 32,7 per cento della retribuzione) i lavoratori italiani avranno una pensione pubblica molto più magra dei loro nonni e dei loro genitori, peraltro in un mercato del lavoro diverso, più flessibile e con meno garanzie.

                    Torna il concetto chiave: il tasso di sostituzione, applicato, in questo caso, alla previdenza complementare. Per calcolare quanto della perdita della pensione pubblica e obbligatoria viene compensato dalla seconda pensione, quella di scorta, individuale. Finanziata – va ricordato – con la rinuncia al Tfr (il trattamento di fine rapporto) per destinarlo ai fondi. Secondo alcune simulazioni elaborate dalla Covip (la Commmissione di vigilanza sui fondi pensione) con quarant´anni di contributi il tasso di sostituzione passerebbe dal 2,3 per cento nel 2010 fino a quasi il 20 per cento nel 2050. «All´aumentare del numero di anni contributivi – si legge nell´ultima Relazione della Covip – il tasso di sostituzione si incrementa, perché il montante destinato ad essere trasformato in rendita aumenta a causa dei nuovi versamenti contributivi, sia per effetto dei rendimenti, che negli ultimi anni di partecipazione, riferendosi all´intero ammontare accumulato fino a quel momento, hanno un peso particolarmente rilevante».

                    L´altro concetto chiave diventa così quello di rendimento dell´investimento. E qui – pensando ancora a Keynes – si può guardare solo a quanto è accaduto negli ultimi anni. Intanto nel 2004 – buon anno per il mercato finanziario – i fondi pensione hanno conseguito un rendimento netto pari al 4,5 per cento per i fondi negoziali e al 4,3 per cento per i fondi aperti. Nel confronto ha perso il Tfr (con la sua rivalutazione standard dell´1,5 per cento più il 75 per cento del tasso di inflazione). Ma non è andata allo stesso modo se si guarda ad un orizzonte appena più ampio. Nel periodo 2000-2004 – complessivamente assai negativo per la Borsa – il rendimento generale netto dei fondi pensione negoziali (dove è preponderante la quota di investimenti in obbligazioni) è stato del 9,2 per cento. Addirittura sottozero è stata – nello stesso arco temporale – la performance dei fondi aperti nei quali è più rilevante l´investimento azionario: – 6,9 per cento. La rivalutazione netta del Tfr, invece, è stata del 15,8 per cento. Ma si tratta di un intervallo temporale ancora troppo breve, poiché su questa materia si ragiona in decenni, non in pochi anni. E comunque non è il caso di avere nostalgie: l´epoca del Tfr si sta inesorabilmente scolorendo, ora si deve pensare alla pensione.

                  (2. continua)