Addio al Tfr (1.continua)

28/06/2005
    martedì 28 giugno 2005

    Pagina 17 – Economia

    INCHIESTA

    Addio al Tfr e la pensione può salire

    Ecco le decisioni cui saranno chiamati i lavoratori da gennaio

      Chi non vuole investire nei fondi il proprio trattamento di fine rapporto futuro avrà 6 mesi di tempo per dirlo
      Cosa dirà il decreto sulla previdenza integrativa che sarà varato il primo luglio. Esclusi i pubblici dipendenti
      In assenza di integrazioni, l´assegno garantito dallo Stato, sulla base dei contributi versati, si ridurrà a meno della metà dell´ultimo stipendio
      Chi vuole uno strumento bancario o assicurativo dovrà dirlo subito. Col silenzio, si va in un fondo contrattuale, se c´è, oppure in uno targato Inps

        ROBERTO MANIA

          ROMA – C´è un nuovo pezzo dello "Stato-balia" che se ne sta andando. È il trattamento di fine rapporto, istituto aggiornato dell´antica liquidazione. Dopo 23 anni – è nato con una legge nel maggio del 1982 – il Tfr sta esaurendo la sua funzione: accantonare quote di retribuzione da restituire al lavoratore, previa rivalutazione, al termine di ogni rapporto di lavoro. Dall´anno prossimo dovrà servire ad altro: servirà per la pensione, quella integrativa. Perché quella obbligatoria e pubblica non basterà più: con le nuove regole, infatti, la pensione, calcolata sulla base dei contributi versati, sarà meno della metà dell´ultimo stipendio.
          Per l´Italia sarà un cambiamento culturale profondo. Da noi, fino all´inizio degli anni Novanta, non si è mai pensato che oltre quella dell´Inps potesse esserci anche "un´altra" pensione, privata, costruita attraverso gli investimenti finanziari. Il mercato non poteva essere confuso con la solidarietà tra generazioni, per cui per pagare le pensioni bastavano i contributi (altissimi, il 32,7 per cento della retribuzione) versati dalle aziende e da chi lavora. E il nostro sistema finanziario è rimasto asfittico, privo della forza propulsiva dei fondi pensione, protagonisti di primo piano in altri mercati, a cominciare da quello statunitense.

          Poi c´era anche il Tfr (una forma di salario differito inesistente in altri Paesi) che è servito alle imprese (soprattutto quelle più piccole) ad autofinanziarsi senza dover ricorrere al più costoso credito bancario. Ma è servito anche ai lavoratori che, senza rischiare nulla, si ritrovavano alla fine del lavoro un po´ di capitale accantonato dal proprio datore di lavoro. Era anche l´epoca del posto fisso: sempre nella stessa azienda per trent´anni e più, che consentiva di maturare una liquidazione ragguardevole. Non è più così. Si calcola che la durata media del Tfr sia di 9-10 anni; ciò significa che il lavoratore cambia più volte lavoro e ogni volta riceve la liquidazione.

          Anche per questo si deve cambiare. E, dopo anni di discussioni (la prima legge sulla previdenza integrativa è del 1993, c´era il governo Amato), potrebbe essere la volta buona. Il ministro del Welfare, Roberto Maroni, ha assicurato che al prossimo Consiglio dei ministri (quello di venerdì, 1° luglio) presenterà uno schema di decreto per la previdenza complementare dei lavoratori del settore privato. Entro il 6 ottobre il decreto dovrà essere approvato perché scade la delega. Dal 1° gennaio, poi, dovrebbe scattare l´operazione per l´eventuale adesione ai fondi attraverso il conferimento del Tfr. Ed è questa, appunto, una delle novità: immettere nel mercato finanziario una massa di denaro, teoricamente fino a 15 miliardi annui se tutti i lavoratori dovessero decidere di rinunciare al proprio Tfr maturando. D´altra parte è questa l´unica strada per far decollare la "seconda gamba" della previdenza. Oggi soltanto il 12 per cento degli occupati (2,8 milioni di persone) è titolare di una forma pensionistica integrativa (fondi negoziali, aperti, piani pensionistici individuali). Le resistenze e le diffidenze sono ancora fortissime. In due categorie tradizionalmente sindacalizzate come i chimici e i metalmeccanici l´adesione ai rispettivi fondi complementari (il Fonchim e Cometa) supera di poco il 60 per cento nel primo caso e il 30 per cento nel secondo. La chiave di volta è rappresentata dal meccanismo del "silenzio assenso": se il lavoratore non si esprime (sia per conservare il regime del Tfr, sia per aderire ad un fondo) entro sei mesi dall´entrata in vigore del decreto, sarà iscritto automaticamente in un fondo complementare. È il perno di una riforma con tante di incognite perché in molti scommettono sulla tendenza conservatrice dei lavoratori a tenersi il Tfr, tanto più in una fase non brillante per i mercati azionari. Consapevole di questo rischio il Welfare intende affidarsi ad una campagna informativa (sono già stati stanziati 20 milioni) per spiegare i vantaggi della previdenza integrativa.

          Dunque il lavoratore potrà decidere se aderire ad un fondo collettivo aperto (bancario o assicurativo), chiuso (contrattuale), a un fondo regionale o investire in un piano assicurativo individuale a contenuto previdenziale. Oppure di tenersi il Tfr, potendo in seguito anche cambiare idea.

          Ma se non sceglierà dove andrà il suo Tfr? Le opzioni sono diverse. Di certo finirà in un fondo. Quale? Innanzitutto quello previsto dagli accordi collettivi. Se l´azienda ha aderito a più fondi (per esempio uno di categoria e uno regionale), il Tfr andrà in quello individuato d´intesa con i sindacati. E ancora, in mancanza di accordo finirà in quello nel quale ha più dipendenti iscritti. Infine, ultima ipotesi: in mancanza di accordo e di un fondo collettivo, il datore di lavoro destinerà tutto in un fondo residuale costituito presso l´Inps.

        (1. continua)