Addio al lavoro a sessant’anni con trentacinque di contributi

19/02/2004



19 Febbraio 2004

analisi

IL PROBLEMA È COSA SUCCEDERÀ UNA VOLTA CHE SI SARÀ A REGIME
Addio al lavoro a sessant’anni
con trentacinque di contributi
L’esecutivo vuole adottare la formula della «quota 95» dal 2008
Dodici mesi di attività in più per gli autonomi. Ridotte le finestre




ROMA
LA delega sulle pensioni cambierà, ma di questo cambiamento per adesso è chiaro soltanto il punto di partenza. Come prima, le regole cambieranno dal primo gennaio del 2008. Da quel giorno, chi vorrà andare in pensione di anzianità avrà a disposizione, oltre al canale «classico» dei 40 anni di contribuzione minima, anche un canale «misto», fatto di età anagrafica e di anzianità contributiva. Per il 2008, serviranno così almeno 60 anni di età e 35 di contributi maturati per i lavoratori dipendenti, e 61 anni di età per i lavoratori autonomi. Una penalizzazione più moderata, rispetto al testo precedente della delega che giace in Parlamento, che in ogni caso verrà aumentata dalla riduzione da quattro a due delle «finestre» per l’accesso alla pensione di anzianità. Con solo due occasioni all’anno per andare effettivamente in pensione, di fatto, un lavoratore che avrà maturato il diritto alla pensione dovrà comunque attendere altri mesi, continuando a lavorare.
Qualcuno la definisce «quota 95», ma dal punto di vista tecnico non è così: con un sistema di «quote», infatti, il potenziale pensionato può scegliere liberamente e in modo flessibile se abbandonare il lavoro anche prima dei 60 anni di età, se però ha anche 36 anni di contributi. Ma a parte questi aspetti di dettaglio, a questo punto il problema (economico, ma anche politico-sindacale) diventa un altro: cosa succederà dopo il 2008.

Ieri, fonti ministeriali di area An e Udc spiegavano che non dovrebbe accadere nulla, e che con queste due misure (60+35 e dimezzamento delle «finestre») anche secondo i conti della Ragioneria dello Stato si ottengono i risparmi sulla spesa previdenziale voluti da Tremonti. Diversa la valutazione al ministero del Welfare e a quello dell’Economia, secondo i quali per far tornare i numeri si impone un graduale irrigidimento dei requisiti.
Due le opzioni: mantenere fissi i 35 anni di contributi minimi, per far salire dal 2010 l’età anagrafica minima, che dovrebbe crescere fino a 62 anni. Oppure, lasciare fermo il requisito dei 60 anni e innalzare gli anni di contribuzione, fino a 40. Gradualmente, ovvero salendo a 36 nel 2010, 37 nel 2012, e così via. In questo caso scomparirebbe completamente dalla riforma la possibilità di andare in pensione con 57 anni e 35 di contributi, cosa prevista nella precedente proposta ma con una grave penalizzazione: il calcolo della pensione interamente col sistema contributivo. Sempre a secondo della decisione sul graduale «indurimento» dei requisiti, potrebbe essere cambiata la manovra sulle «finestre», che potrebbero persino essere ridotte a una sola nell’anno. In questo caso, va da sé, sarebbe come allungare di un anno la vita lavorativa dei potenziali pensionati.
Appare evidente che a seconda delle scelte – 60+35 «secco» o innalzamento graduale di uno dei due requisiti – cambierebbe sostanzialmente il quadro della situazione. Nel primo caso, è prevedibile una reazione dei sindacati decisamente più morbida, Cgil compresa, e un percorso parlamentare della riforma ragionevolmente rapido. Se invece prevarrà la linea sostenuta da Tremonti e Maroni, non è escluso che i giochi (sindacali e parlamentari) si possano complicare. Tra le ipotesi studiate dal vicepremier Gianfranco Fini per cercare di comporre queste due linee divergenti, c’è quella di limitarsi a indicare il criterio dei «60+35», e specificare formalmente che nel corso di una verifica con le parti sociali in data da definire si possa valutare l’andamento della spesa previdenziale, ed eventualmente introdurre correttivi in corso d’opera. Sotto forma, naturalmente, di un graduale irrigidimento dei requisiti per il pensionamento di anzianità.
Quanto al resto della delega, già è noto il destino della contestata decontribuzione per i neoassunti, che dovrebbe essere dirottata in un altro provvedimento con scarse possibilità di diventare legge. Scontata anche l’introduzione del silenzio-assenso per il conferimento del Tfr ai fondi pensione, sia pure sperimentalmente. A quanto pare, il nuovo testo comunque conterrà anche una ulteriore incentivazione fiscale per sostenere l’adesione ai fondi previdenziali complementari, e apposite misure specifiche a favore dei lavoratori impegnati in settori professionalmente «usuranti».

[r.gi]