Addio ad Aldo Giunti sindacalista innovatore

21/12/2010

È stato una specie di padre della Cgil, Aldo Giunti. Un uomo che ha vissuto una vita nel sindacato, con un ruolo spesso decisivo, senza clamori. Era grande amico di Luciano Lama e con lui, nella segreteria confederale, ha vissuto gli anni 70, l’epoca delle grandi conquiste operaie, ma anche del terrorismo. È da ricordare una sua appassionata relazione davanti agli organismi dirigenti del sindacato, nel febbraio del 1979, su «L’impegno dei lavoratori per sconfiggere il terrorismo». Uno che aveva capito, prima di altri, il pericolo del «terrorismo rosso».Come ricordano uomini che gli furono vicini: Achille Passoni, Paolo Nerozzi, Aldo Amoretti. Era una Cgil nella quale operava anche un gruppo di ex partigiani: Lama, ma anche Arvedo Forni, Sergio Garavini, Bruno Trentin, Donatella Turtura. E con loro Giunti, che aveva fatto la sua parte nel movimento antifascista, in quel gruppo che si richiamava ai valori del «cattolicesimo comunista». Con un legame forte con uomini come Paolo Bufalini. Entra nel sindacato negli anni 60 ed è segretario generale della Camera del Lavoro di Roma. Conosce anche la repressione dell’epoca finendo in carcere nel corso di manifestazioni contro il Governo Tambroni e l’alleanza tra Dc e missini. Al settimo Congresso della Cgil, a Livorno, e poi quando Lama prende il posto di Agostino Novella, Aldo Giunti inizia la sua attività nella segreteria confederale. Molti lo ricordano ancora per la sua attività indefessa e competente tesa ad affermare la linea di Lama. Un riformista ante-litteram ma capace di colloquiare con l’ala sinistra del sindacato, con autorevolezza, senza autoritarismi. Un uomo serio, ma anche cordiale e ricco di humor, con i suoi hobby privati come quello contrassegnato dal tifo acceso per la squadra di calcio, la Roma. Un innovatore, e lo si vede ancor più negli anni trascorsi dopo l’esperienza confederale, quando (siamo al 1981), va a dirigere la Funzione pubblica, e inizia un processo di unificazione di una super categoria dove si fronteggiavano interessi e ostilità diversi. Anche qui agisce con pazienza e rigore, ringiovanendo i gruppi dirigenti, costruendo una nuova identità comune all’organizzazione del lavoro pubblico. Se ne è andato in silenzio, ma conservando sempre la sua lucidità, ostinandosi a leggere i giornali pur essendo quasi cieco, servendosi di una macchina che traduceva in voce i testi. Uno di quegli uomini che hanno fatto la storia della Cgil.