Addio a Giovanni Laccabò, il nostro inviato tra i lavoratori

09/12/2002

        Giovanni Laccabò era per la Filcams molto più di un compagno e di un amico, era un giornalista che amava il suo mestiere e lo amava senza idee preconcette. A differenza di molti giornalisti che del lavoro conoscono solo la grande fabbrica metalmeccanica, Giovanni sapeva della vastità del lavoro e sapeva che la grande maggioranza dei lavoratori è impegnata in lavori certo non “nobili”. Per questo era così sensibile alle cose della nostra federazione, per la quale in anni ormai lontani aveva prodotto pubblicazioni e materiali, soprattutto per il comparto della vigilanza. (n.b.)







09.12.2002
Addio a Giovanni Laccabò, il nostro inviato tra i lavoratori

di 
Oreste Pivetta


Un amico che ha vissuto gran parte della sua vita, breve vita, in questo giornale ci ha lasciato: Giovanni Laccabò è morto ieri, cinquantacinquenne, in un giorno di vacanza, a casa, accanto alla moglie e ai due figli che amava tanto. Di loro era la foto che vedeva tutti i giorni sullo schermo del computer, quando cominciava il lavoro e cominciavano le telefonate, quelle che faceva e quelle che riceveva, tantissime, con i consigli di fabbrica, con i sindacalisti, con i dirigenti. Chi gli stava seduto accanto imparava a riconoscerli tutti: l’Osvaldo Squassina di Brescia, Epifani, Airaudo di Torino, Rinaldini, Nando Liuzzi, Angeletti, Stacchini della Lega Fiom di Mirafiori, una serie infinita. Tra le storie di scioperi e di contratti, in mezzo, non mancava mai un’altra telefonata e una raccomandazione: era sempre per i figli. Si intuiva un rapporto particolare, felice e ricco di sentimenti e di parole.

Giovanni era venuto all’Unità tanti anni fa, con una laurea in legge. Stava a Busto Arsizio e faceva il corrispondente. Imparava in una provincia molto ricca e poco “rossa” a scrivere per l’Unità. Amava la cronaca nera. Gli piaceva indagare, seguire il corso delle indagini, immaginare ipotesi investigative. Conosceva bene i codici, aveva una speciale capacità di muoversi tra la gente: la gente comune come i magistrati o i carabinieri, con un gran rispetto, per i gradi, per i titoli e per le forme, rispetto che è poi sostanza di educazione e civiltà. Non andava probabilmente molto d’accordo con il partito di là, di Varese, perchè era capace di pensare alla politica con un senso di libertà, che ostinatamente difendeva.

Gli capitò un giorno l’offerta di un posto sicuro e ben retribuito, l’ufficio stampa in un ente pubblico. Lo rifiutò: gli piaceva quel po’ d’avventura che un giornale ancora consente e soprattutto l’idea di un’indipendenza di giudizio che l’Unità non ha mai negato a nessuno. Alla fine seguendo il tragitto percorso da tanti altri come lui e come noi, Giovanni arrivò in cronaca, a Milano, e continuò a occuparsi di “nera”, tra questura, commissariati, comandi dei carabinieri, aule giudiziarie. Molti, tra i magistrati, i carabinieri o i poliziotti di dieci o vent’anni fa, lo ricorderanno: un po’ curvo, la mano sinistra in tasca, tra le dita dell’altra una sigaretta. Allora fumava le nazionali senza filtro. Poi smise.

Probabilmente smise di fumare, quando la storia del giornale gli offrì l’occasione d’occuparsi d’altro, di cambiare strada. La nuova strada fu quella del sindacato, del lavoro, delle fabbriche… Un’altra avventura, per conoscere di tutti, sapere e raccontare, tra la Fiat e i trasporti, le ferrovie e gli edili. Aveva la straordinaria disposizione a raggiungere qualsiasi posto, qualsiasi persona, qualsiasi cosa: gli bastava un telefono. Giovanni, talvolta un po’ scontroso, allora taciturno, metteva tranquillità: sapevi che comunque sarebbe arrivato alla notizia, al personaggio, al caso. Ci metteva pazienza e gentilezza. E quando poi riferiva, scrivendo, sapeva che le prime cose da rispettare erano l’onestà e la correttezza, per sè e per gli altri. Per questo era stimato. Il ritorno dell’Unità, dopo la chiusura, lo visse con entusiasmo: pareva più felice di prima, come se le ragioni del lavoro fossero diventate più forti e di nuovo fresche.

Giovanni aveva altre passioni. Con ironia ricordava talvolta i suoi anni di ragazzo in seminario. Se n’era andato dal seminario, ma gli era rimasta una cultura molto particolare e diversa dalla nostra e la sensibilità per i fatti della Chiesa. Sapeva moltissimo della Chiesa d’oggi, di vescovi e di cardinali e sapeva riconoscere le diverse anime che nella Chiesa si contrastavano. Leggeva con grande acutezza i documenti e i messaggi, che ritrovava, interpretava e spiegava.

Amava la musica, che ascoltava in cuffia, quando non stava al telefono. Non so che musica fosse, ma credo che spesso c’entrasse qualcosa con la storia della Chiesa. Musica sacra. Gli piaceva l’organo e gli piacevano certi autori poco conosciuti.

S’illuminava di gioia quando raccontava della sua casa in Sicilia e soprattutto quando elencava i preparativi per le ferie e per il lungo viaggio, con la moglie, da Busto Arsizio, dove abitava, a un paese siciliano che non conosco, alto sulla costa, accanto alle rovine romane, davanti a un mare trasparente. Sorrideva quando poteva dire: «Ci saranno anche i ragazzi». Pensava a quel paese per la pensione, che sarebbe venuta tra molti anni.

L’altro ieri era andato in montagna, per una breve passeggiata. Aveva sentito un dolore alle braccia. Poi il dolore era sparito. Ieri, dopo pranzo si era seduto in poltrona e aveva chiuso gli occhi.

Giovanni se n’è andato e ci lascia un grande dolore, insieme con la terribile sorpresa di una morte che nessuno si sarebbe mai immaginato, ingiusta e così presto.