Accornero: anche con i servizi si possono tutelare i lavoratori

07/06/2002


            Accornero: anche con i servizi si possono tutelare i lavoratori

            Lina Palmerini

            ROMA – Il principio della bilateralità non è nuovo, ma in queste circostanze sembra giocare un ruolo del tutto inedito. Soprattutto perché è diventata la chiave di volta dei rapporti tra Governo, Cisl e Uil, una base di sintonia affatto secondaria, come è sottolineato in tutti gli ultimi atti dell’Esecutivo. A essere in discussione sembra ci sia il ruolo stesso del sindacato, il suo Dna, il suo patrimonio culturale e organizzativo. Non a caso tra Cgil, Cisl e Uil si discute in toni accesi dell’opportunità o meno di accedere a questa formula. Bilateralità è il termine con cui si indica la cogestione di alcuni servizi, come i sussidi sociali, il collocamento, la formazione, attraverso enti bilaterali costituiti insieme da sindacato e imprese. Una forma di partecipazione a interessi e obiettivi condivisi, anche di natura finanziaria come può accadere nella gestione di risorse per la formazione. Ma la bilateralità cambia davvero il Dna del sindacato? Trasforma il conflitto in pace sociale? Traghetta il sindacato dal modello "antagonista" a quello partecipativo-cooperativo? Il tema non è nuovo, ricorda il sociologo Aris Accornero. «Non direi che la bilateralità configura un nuovo modello sindacale. Quel poco che c’è non ha cambiato il sindacato. Il caso degli edili e degli artigiani, precursori degli enti bilaterali, ne sono l’esempio evidente. Qualcuno potrebbe dire che si tratta di un modello più vecchio che nuovo, visto che è nella nostra tradizione la cogestione di funzioni di cui poi si è assunto la responsabilità lo Stato: è avvenuto per esempio per il collocamento. Dunque, io la vedo come una cosa piuttosto vecchiotta per non dire arcaica». L’assenza di novità non sembra pregiudicare l’utilità di meccanismi bilaterali. Un’utilità riconosciuta da Accornero che auspica «un rafforzamento» di questa formula, non solo in funzione dell’efficienza del mercato del lavoro e dei servizi ma anche sul piano delle tutele e della rappresentanza sindacale. «È un modello utile, ritengo debba ancora crescere date le caratteristiche attuali. Penso all’incrocio tra domanda e offerta di lavoro e alla formazione: in un mercato polverizzato, segmentato, che non consente a Roma di gestire tutto, i partners locali sono quelli che più di altri possono svolgere un ruolo utile, efficiente. Ma questo non per ragioni politico-istituzionali, ma perché solo i partners hanno un contatto diretto con i fabbisogni del mercato». Ma davvero cogestire smorza l’antagonismo tra le parti? «È un’ingenuità pensare che la bilateralità soppianti il conflitto sociale. Gli aspetti strettamente rivendicativi non vengono meno, questa è un’illusione. Il conflitto non è esorcizzabile». Dunque, quali effetti ha sul patrimonio genetico sindacale, quali conseguenze pratiche? «Attraverso il presidio sul mercato, espresso nell’offerta di servizi, il sindacato può intercettare i lavoratori sul mercato e non più solo sul posto di lavoro. Li può acchiappare, cioè, dove il lavoratore è più debole: non perché sul mercato c’è il capitalista cattivo, ma perché oggi è sul mercato che il lavoratore è in sofferenza per mancanza di informazione. È questo il momento in cui il lavoratore ha bisogno del sindacato-amico. Una volta assunto sul posto di lavoro, il sindacato serve meno». Si può dunque riuscire nella sfida più difficile: quella di rappresentare il mondo degli atipici, del lavoro che non ha più luoghi canonici? «Anche negli altri Paesi il nuovo ruolo del sindacato si sta giocando sui servizi: talvolta questa funzione sopperisce anche al ripristino organizzativo dei contatti perché i luoghi di lavoro sono dispersivi. Qualche tempo fa, fare il sindacalista era facile: si stava in fabbrica, si trovavano tutti, ora è complicato».

            Venerdí 07 Giugno 2002