«Accordo di fondo sulla previdenza»

10/09/2003




10 Settembre 2003

AN INSISTE PER UNA MAGGIORE TOLLERANZA DI BRUXELLES SUGLI SQUILIBRI DI BILANCIO. APERTO IL CAPITOLO DELL’EQUIPARAZIONE PUBBLICI-PRIVATI
«Accordo di fondo sulla previdenza»
Bonus per chi resta
Alemanno: c’è l’intesa, ma resta ancora molto da lavorare
Si discute su come allungare la vita lavorativa e sui disincentivi
Nei primi sei mesi cresciute del 4,4% le domande all’Inps

Alessandro Barbera

ROMA
Sulla previdenza «c’è un accordo di fondo». Il ministro dell’Agricoltura Gianni Alemanno, uscendo ieri mattina dal vertice con i colleghi di partito Mario Baldassarri e Gianfranco Fini ha chiarito che «il nodo da sciogliere» all’interno della maggioranza non è più quello previdenziale, bensì quello della manovra finanziaria. Ma al vertice della Casa della Libertà – dedicato in gran parte alla manovra di bilancio – si è parlato anche di pensioni, visto che l’accordo resta di massima e non ci sono conferme sui provvedimenti che effettivamente verranno inseriti nella delega previdenziale. Con gli incentivi ormai certi, la discussione si concentra su come innalzare l’età pensionabile, sull’equiparazione del trattamento pubblici-privati e sui disincentivi. Quest’ultimi, esclusi dal novero dei provvedimenti, vengono invocati dai tecnici e dagli esponenti di Confindustria. E nel frattempo emerge che le domande di pensione all’Inps nei primi sei mesi del 2003 crescono del 4,4%, superando le 500.000 unità.
Sulla questione dei trattamenti di anzianità ieri è intervenuto il viceministro dell’Economia Mario Baldassarri. Per l’esponente di An è necessario affrontare «un’anomalia tipicamente italiana». L’intervento «soft» della Legge Dini, che permette ancora di andare in pensione con 57 anni di età e 35 di contributi, «crea squilibri finanziari» mentre ora è necessario «dare certezze pensionistiche ed equità sociale». E’ necessaria una riforma delle pensioni «seria», perché in tal modo l’Italia guadagnerà in «credibilità» verso Bruxelles: «Con un po’ di buon senso quei numeretti sul deficit pubblico saranno giudicati non da soli, in senso astratto, ma in funzione di quel che c’è attorno a quel numero in termini di riforme strutturali». In sostanza, Baldassarri non nasconde che l’obiettivo di An (e dell’Udc) è quello di centrare il risultato di una riforma strutturale delle pensioni in cambio di una maggiore tolleranza da parte di Bruxelles in caso di sforamento dagli obiettivi di finanza pubblica: «E’ certo che un certo livello di deficit senza riforme strutturali ha un valore diverso di quello accompagnato da riforme che danno garanzie di medio-lungo termine in termini di equilibrio finanziario».
Fra le misure di natura meno strutturale – ma che possono contribuire a riequilibrare il sistema previdenziale – resta aperta la partita dell’equiparazione fra dipendenti pubblici e privati. Benchè già dal 1998 siano stati parificati i requisiti per la pensione di anzianità, esiste ancora una piccola differenza per il calcolo della «retribuzione di riferimento». Ma su questo intervento la contrarietà di Alleanza Nazionale sembra sicura.
Si torna invece a parlare di disincentivi per restare al lavoro. Nonostante la maggioranza abbia deciso di accantonarli, tornano ad invocarli i tecnici e la Confindustria. La strada degli incentivi «non funziona e non è sufficiente», dice il direttore generale di Viale Astronomia Stefano Parisi. Secondo Parisi per essere davvero efficaci gli incentivi «dovrebbero superare la soglia del 50% e bisognerebbe reintrodurre il divieto di cumulo». In un documento consegnato in questi giorni al governo l’associazione guidata da Antonio D’Amato propone invece un sistema misto di incentivi-disincentivi del 3% per i trattamenti liquidati fra i 57 e i 62 anni. Anche Gianfranco Polillo, responsabile del dipartimento economico di Palazzo Chigi, invita a riflettere sull’utilità dei soli incentivi: «Da soli non bastano». Per l’esperto del governo «non è scontato che si ottenga il risultato di trattenere le persone al lavoro, anzi. La soluzione forte è quella di unire incentivi e disincentivi, oppure di unire gli incentivi all’obbligo di permanenza nel posto di lavoro. Se diventa solo un’attività volontaria c’è il rischio che al lavoratore convenga andare in pensione e avere un’ulteriore retribuzione».
E mentre il dibattito prosegue, dall’Inps si apprende che nei primi sei mesi del 2003 sono cresciute le domande di pensione: dalle 487.320 del primo semestre 2002 si è passati a 508.608, con un incremento del 4,4%. L’aumento sarebbe da imputare in gran parte alle domande di pensione di vecchiaia che – al netto delle domande di trasformazione – registrano un +11,7%. Più contenute le richieste di trattamento di anzianità, in crescita del 5,8%. Registrano invece un calo le pensioni di reversibilità e indirette. In vista di un giro di vite sulle pensioni di invalidità è da segnalare come il 65,13% delle domande di pensioni respinte nei primi sei mesi del 2003 (pari al 35% circa di quelle complessivamente pervenute) riguardano proprio l’invalidità.