Accordo ’93, i sindacati in pista

09/09/2005
    venerdì 9 settembre 2005

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      Sotto la lente c’è la differenziazione dei salari in base alla maggiore produttività dell’azienda

        Accordo ’93, i sindacati in pista

        Cgil, Cisl e Uil ancora alla ricerca di una proposta unitaria

          di Alessandra Ricciardi

            Differenziare i salari in base alla maggiore produttività dell’azienda. È la sfida su cui si sta consumando la spaccatura tra Cgil, da un lato, e Cisl e Uil, dall’altro, alla ricerca di una proposta unitaria da fare al governo per modificare l’accordo del ’93. Sotto esame è il modello contrattuale e le relazioni sindacali, sia per il lavoro pubblico sia privato, che tutti chiedono di rivedere. Rivedere per assicurare maggiore flessibilità, chiedono i datori di lavoro, rivedere per garantire maggiormente i salari dei lavoratori rispetto all’inflazione, chiedono i sindacati.

            Dalla prossima settimana, avviate a conclusione le trattative per il rinnovo dei contratti dei dipendenti pubblici 2004/’05, i confederali si rivedranno per tentare di trovare la quadratura del cerchio interna. I lavori riprenderanno da un documento che riassume lo status delle attuali posizioni. La posizione più rigida è quella della Cgil, che non vuol sentir parlare di una modifica dei due livelli contrattuali (quello nazionale e decentrato), sia per durata sia per contenuti. Lo strappo da ricucire riguarda in particolare la disciplina della produttività: chi decide come attribuire gli aumenti collegati al maggiore rendimento? Per il sindacato di Gugliemo Epifani è indispensabile che anche il contratto nazionale abbia voce in capitolo.

            La produttività, insomma, non può essere affare solo locale, perché in questo modo verrebbe meno l’equità a livello aziendale, e dunque territoriale, tra i lavoratori.

            La nuova proposta dovrebbe essere presentata entro fine settembre per essere discussa con i rappresentanti del mondo imprenditoriale e con il governo. Altrimenti, ha più volte ribadito il segretario della Cisl, Savino Pezzotta, si andrà in ordine sparso. Va però registrato che, a differenza di qualche mese fa, ora è cambiato il contesto. In un clima di fine legislatura, l’attenzione è tutta riversata su manovra finanziaria e sul caso Bankitalia. È dunque possibile che, sopiti gli entusiasmi prefestivi, tutto sia rinviato a tempi migliori.

            QUALE INFLAZIONE
            L’inflazione da recuperare non può più essere solo quella programmata, salvo poi recuperi nel biennio economico successivo. D’accordo su questo, divisi sulla proposta alternativa.

            Per la Cgil, vanno rimaneggiate le voci presenti nel paniere dell’Istat, ridefinendo il peso specifico delle singole voci, per avvicinarsi il più possibile al costo reale della vita. Per la Cisl, va invece preso come punto di riferimento il tasso di inflazione europeo, in un contesto di controllo dei prezzi concordato da parti sociali e governo. Sostituire il tasso programmato con un tasso ´realisticamente prevedibile’ è anche la posizione della Uil.

            I LIVELLI E LA PRODUTTIVITÀ
            Il dissenso forte si registra sui livelli di contratto. La Cgil ha detto a chiare lettere che gli attuali livelli sono ´insostituibili’ e che anzi ´vanno sostenuti valorizzando specificità, compiti e ruoli’.

            In particolare, non può essere depotenziato il contratto nazionale, strumento ´di equità redistributiva’. Cisl e Uil concordano invece nel rimettere mano al sistema: un contratto nazionale che disciplini le condizioni di impiego e dia garanzie salariali a livello generale, con un raggruppamento, nel settore privato, degli attuali 420 contratti nazionali per filiere produttive e di servizi omogenee; un livello decentrato o aziendale, esigibile da tutti i lavoratori, con il compito di assegnare gli aumenti per la produttività, ovvero per la maggiore professionalità e qualità. In questo contesto, per Cisl e Uil è necessario eliminare il doppio biennio economico e fare tornate contrattuali, normative e salariali assieme, ogni due o tre anni. La mediazione possibile potrebbe essere quella di una produttività disciplinata per una quota dal contratto nazionale e per un’altra da quello aziendale. Una strada per cambiare, ma non troppo in fretta. (riproduzione riservata)