Accesso agli Albi: Slitta il primo sì al Dpr

29/03/2001

Il Sole 24 ORE.com

    Consiglio dei ministri
    Braccio di ferro tra Ordini e Governo sui nomi da assegnare ai futuri laureati triennali e specialisti

    Professioni, è scontro sui nuovi titoli
    Slitta il primo sì al Dpr che dovrà disciplinare l’accesso agli Albi: dagli ingegneri le maggiori resistenze
    Maria Carla De Cesari
    ROMA. «Ingegnere biotecnologo? No, meglio ingegnere laureato. Ma come si dirà in Europa? Nessuno lo sa? No!!?…Basta, tutti impreparati. Se ne riparla la prossima settimana».
    Un "intermezzo" scherzoso ieri al Consiglio dei ministri, che certo non ha "esaurito" la discussione sullo schema di regolamento proposto dal ministero dell’Università, di concerto con la Giustizia, per dare spazi professionali ai futuri laureati e laureati specialisti. Tuttavia, lo schema di Dpr — che ridisegna la mappa degli Ordini — si è incagliato proprio sui nomi da dare ai "nuovi professionisti", in particolare a quelli dell’area tecnica, dagli architetti agli ingegneri, dai chimici ai geologi e così via.
    Una questione che non è formale, come dimostra il braccio di ferro tra gli Ordini e il ministero dell’Università su questo punto. La contrapposizione nasce dalla diversa "dignità professionale" riconosciuta ai futuri laureati abilitati dai vertici delle categorie e dall’Università. Per i primi l’utenza deve immediatamente percepire il diverso livello di formazione rispetto ai laureati specialisti. Un’istanza — ribatte il ministero dell’Università — che non deve mettere in ombra il fatto che la laurea è un titolo accademico a tutti gli effetti e non è un "prodotto" della formazione tecnica.
    Per gli Albi l’apertura al primo livello dei nuovi titoli universitari non è stata "automatica": gli architetti hanno a lungo oscillato tra la chiusura e l’individuazione di una figura professionale che svolgesse funzioni di supporto alla progettazione. D’altra parte, gli architetti — cioè i coordinatori di progetti complessi — si fanno forti del fatto che in Europa questa professione richiede una formazione almeno quadriennale.
    Gli ingegneri, invece, hanno minacciato di non iscrivere i laureati triennali della loro area dopo l’esame di Stato per mettere in guardia contro le "concessioni" fatte ai Collegi dei geometri e dei periti industriali. Infatti, i laureati, a secondo delle classi cui appartiene il titolo di studio, possono scegliere se "tentare" l’esame per l’iscrizione ai Collegi (che mantengono anche il canale alternativo del diploma di scuola superiore e del tirocinio) o se candidarsi alla sezione inferiore degli Ordini degli ingegneri o degli architetti. L’opzione può essere guidata da elementi concorrenziali: la diversa struttura dell’esame di Stato, oppure gli ambiti professionali consentiti, o ancora i servizi offerti dall’organizzazione professionale.
    La questione delle competenze e la doppia chance di accesso ai Collegi, tuttavia, sembrano aver trovato — nonostante le proteste degli ingegneri — una formulazione definitiva. Resta invece aperto il tema delle qualifiche professionali che deve fare i conti con la nostra tradizione: lo specialista, per esempio, è comunemente percepito come il "super esperto" e non come colui che ha una formazione più vasta e approfondita, come invece avviene con la riforma universitaria. Da qui alcune perplessità sul fatto di abbinare la qualifica professionale «architetto o ingegnere» al titolo accademico.
    Il rinvio del Consiglio dei ministri — che ha approvato però lo schema di regolamento di riforma dell’esame di Stato per dottori commercialisti e ragionieri — non viene letto dal sottosegretario all’Università, Luciano Guerzoni, come una battuta d’arresto che potrebbe compromettere l’attuazione della riforma degli accessi, stretta com’è dalla fine della legislatura. «Il Consiglio del ministri — ha dichiarato Guerzoni — ha iniziato l’esame del regolamento e l’ha portato in fase avanzata. Il seguito dell’esame, che avverrà nel prossimo Consiglio dei ministri, è finalizzato all’approfondimento e alla definizione delle problematiche connesse al raccordo tra la normativa nazionale e le nomenclature comunitarie, con particolare riferimento alla denominazione delle diverse figure professionali. In ogni caso è stato compiuto un primo importante passo».
    Sempre in materia professinale, il Consiglio dei ministri, su proposta della Sanità, ha varato un decreto legge che stanzia 20 miliardi aggiuntivi per le borse di studio destinate ai medici specializzandi. Questi ultimi, nei giorni scorsi, hanno protestato contro il taglio dei posti nelle specializzazioni, un ridimensionamento legato, tra l’altro, alla mancata approvazione da parte del Parlamento del Ddl contenente i fondi necessari per trasformare le borse di studio (un "istituto giuridico" inadeguato per la Ue) in contratti di formazione e lavoro.
    Giovedì 29 Marzo 2001
 
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