“Abroghiamo l’articolo 23″. Alla fine arrivano Cgil, Cisl, Uil

12/05/2001



   



"Abroghiamo l’articolo 23".
Alla fine arrivano Cgil, Cisl, Uil
La campagna del Comitato per salvare la gratuità delle cause di lavoro, e l’attenzione dei media, bucano il silenzio
CARLA CASALINI

Si sono fatte vive anche Cgil, Cisl, Uil, sull’articolo 23 della legge 134 approvata quasi all’unanimità dalla camera: la legge prevede il "gratuito patrocinio" nei procedimenti penali, civili e amministrativi per chi ha un reddito entro i i 18 milioni (lordi) ma appunto, il suddetto articolo 23 contiene anche l’abrogazione della gratuità dei processi di lavoro, previdenza, e assistenza obbligatoria. Una postilla venefica, questa, a una legge per altri versi positiva; "una svista", si sono affrettati a dire alcuni, dopo che giuristi e avvocati del lavoro, da Torino a Napoli, hanno segnalato le conseguenze nefaste dell’"abrogazione". E dopo l’intervento dei media (ieri anche L’Espresso).
Ma di pronunciamenti ufficiali non se n’è visti molti, dal centrosinistra che ha votato in massa la legge 134. Solo Rifondazione – i cui deputati pure hanno partecipato all’approvazione alla camera – si è scusata "per l’errore in cui si è incorsi", e ha aderito al "Comitato per l’abrogazione dell’articolo 23" che da giorni sta facendo campagna, e ha chiesto a forze politiche e singoli candidati di "impegnarsi pubblicamente" per lavorare da subito, se rieletti, alla modifica della legge (l’
e-mail del Comitato è: abroghiamoart23@libero.it).
Di Verdi è venuto qualche segnale; Gloria Buffo, responsabile Lavoro dei Ds, ci ha risposto telefonicamente che quell’articolo 23 va assolutamente modificato; ma all’appello che Giuliano Pisapia e altri candidati Prc hanno rivolto ai candidati dell’Ulivo, per ora non è arrivata alcuna risposta di "impegno" per cancellare l’"abrogazione".
Per quanto riguarda Cgil, Cisl, Uil nazionali, i cui segretari pure comunicano ai media ogni giorno prese di posizione sui temi caldi in gioco, non ci risultano tempestive dichiarazioni ufficiali al momento in cui si è palesato il ‘problema’ dell’articolo 23. I responsabili dell’Ufficio giuridico della Cgil nazionale scrivono il 9 maggio a giuristi e avvocati che lavorano con le strutture periferiche e di categoria, nonché ai segretari confederali, illustrando un’analisi compiuta unitariamente dai "giuristi Cgil-Cisl-Uil" sulla normativa (vedi:
www.cgil.it/giuridico); e alla fine aggiungono: "sono del tutto infondate alcune impressioni circolate di un presunto disinteresse sindacale sulla questione". Solo che i sindacati confederali si erano dimenticati di farlo sapere pubblicamente – sarà stato il clima inibente dello scontro elettorale?
Adesso invece spunta un "Comunicato Cgil-Cisl-Uil maggio 2001": le confederazioni "condividono la seria preoccupazione dei lavoratori e degli operatori per le modifiche introdotte con la legge 29 marzo 2001 n.134". Si capisce che a Cgil, Cisl, Uil debbono essere arrivati non pochi messaggi "preoccpuati", visto che "si ringraziano tutti i lavoratori, vertenzieri, sindacalisti, avvocati, professori e esperti che ci hanno telefonato e scritto" per posta e e-mail – come concludono i giuristi della Cgil nazionale.
Sia il comunicato politico delle tre confederazioni, che l’analisi dei loro esperti, si dilungano in una rassicurazione (articolata quella dei giuristi) sul fatto che solo preso alla lettera, l’articolo 23 elimina la gratuità dei processi di lavoro e previdenza, mentre una interpretazione "sistemica" della legge confermerebbe "la sostanza" della gratuità.
Un giro complicato, e infatti gli stessi comunicati, giuridici e politici, di Cgil, Cisl, Uil concludono che, nonostante le possibili vie
interpretative, "tuttavia l’incresciosa situazione di apparente confusione normativa che potrebbe prestarsi a a interpretazioni strumentali, e la preoccupazione crescente tra i lavoratori e gli operatori della giustizia", consigliano alle confederazioni un intervento presso governo e parlamento. Per "rimediare alla svista, se di svista si è trattato – precisano i giuristi del sindacato – oppure per far emergere, al contrario, volontà e responsabilità politiche di coloro che effettivamente mirano a deprimere al domanda di giustizia nel campo del lavoro". Esplicito il riferimento a Forza Italia – era suo il relatore della legge 134 alla camera – "la cui propensione verso la parte datoriale non può obiettivamente essere messa in discussione".