“Abroghiamo l’articolo 23″

11/05/2001

Giovedì 10 maggio 2001

   
"Abroghiamo l’articolo 23"
La campagna contro la norma che ha soppresso la gratuità delle cause di lavoro
CARLA CASALINI

"Non hanno più diritti", "il parlamento ha abrogato la gratuità delle cause di lavoro e previdenza". Sono le parole in testa all’appello del Comitato per l’abrogazione dell’articolo 23 della legge 134, che la camera ha approvato il 29 marzo con voto trasversale di tutte le forze politiche (368 sì su 372 votanti).
Grazie all’articolo 23, lavoratrici e lavoratori, invalidi, pensionati, per tentare una causa dovrebbero addossarsi spese di milioni. Per citare un tema d’attualità nello scontro elettorale fra Ulivo e Polo, la "libertà di licenziamento", con questa norma chi voglia chiedere giustizia per un licenziamento illecito, sarà più indifeso.
Eppure, su quel voto è calato il silenzio – nessun graffio
impopolare su questi ultimi giorni di contesa elettorale – e solo Rifondazione, da ultimo, ammette pubblicamente "l’errore in cui si è incorsi", nella dichiarazione comune di oggi dei capigruppo di camera e senato, Franco Giordano e Giovanni Russo Spena, che ripetono l’impegno, già dichiarato, di lavorare alla cancellazione di questa norma, se rieletti, come primo atto nella nuova legislatura. Dall’Ulivo, silenzio.
L’appello diffuso dal Comitato nelle manifestazioni di questi giorni a Napoli, da quella di domenica in sostegno del centrosinista, alla riunione di ieri, cui hanno partecipato avvocati, sindacalisti della "sinistra sindacale Cgil" napoletana, e extraconfederali, lavoratori, militanti della rete antiglobalizzazione, ha questo obiettivo: "prima del 13 maggio, forze politiche e singoli candidati si assumano pubblicamente l’impegno di cancellare l’art.23". Per ora ha risposto solo il Prc.
Ma come è avvenuto quel voto a Montecitorio dalle conseguenze così nefaste? Ad accorgersi per prima della "postilla" nella legge 134 (per altri versi positiva) e delle sue conseguenze, è stata l’Associazione giuristi democratici di Torino ( il
manifesto vi ha dedicato la rubrica "La bilancia" del 6 maggio). La Camera doveva votare una proposta di legge di Giuliano Pisapia, deputato indipendente del Prc, per il patrocinio a spese dello Stato di cittadini non abbienti (entro i 18 milioni di reddito lordi) nel processo penale, nel diritto di famiglia, e minorile. E, insieme, una proposta dei Ds, prima firma Veltroni, per estendere il "gratuito patrocinio" a tutti i procedimenti civili, e a quelli amministrativi.
E’ successo che l’ultimo articolo, il 23, contenente le leggi incompatibili o superate dalla nuova norma, comprende anche l’abrogazione della gratuità del processo di lavoro. "Che sia una svista, o parte di un progetto che mira scientemente a ridurre i diritti dei lavoratori, ovvero che sia il frutto di un bieco calcolo contabile per la copertura finanziaria della legge mediante la tassazione delle cause di lavoro e previdenza, l’art.23 va abrogato". Lo sottolinea il Comitato napoletano, che riunisce avvocati del lavoro – l’Associazione forense del lavoro per ovviare alla cappa di silenzio ha deciso di acquistare uno spazio sulle pagine di un "quotidiano nazionale" per pubblicare l’appello. Ma alla costituzione del Comitato ha partecipato anche Franco Maranta, capogruppo del Prc alla Regione campana, "amareggiato" per il voto del suo partito. E l’avvocata del lavoro Marina Paparo, a nome del Comitato, insiste sull’importanza di "far comprendere che attorno a questa norma ruotano i temi della democrazia e del diritto, troppo spesso merce di scambio tra governo, sindacati e forze politica".
"Non appena, anche su segnalazione dell’Associazione giuristi democratici, e di molti avvocati del lavoro, sono emerse le gravi conseguenze di quell’abrogazione – ci dice Pisapia – ci siamo impegnati, tra candidati del Prc, facendo un appello anche a tutti i candidati del centrosinistra, per presentare, appena iniziata la nuova legislatura, una proposta di legge e sostenerla fino all’approvazione per ripristinare la gratuità del processo di lavoro". Il tempo c’è: l’abrogazione da art.23 scatterebbe nel 2002.