Abbandonato e senza futuro Dottorando si uccide in facoltà

15/09/2010

Un salto nel vuoto. È morto così Norman Zarcone. A27 anni. Abbracciando il vuoto in cui sentiva già di vivere. Doveva andare solo “a fumare una sigaretta”, aveva detto agli amici. Erano tutti in facoltà. In quella maledetta facoltà, in quel maledetto piano dove già Marco Ferreri, s’era ucciso, il 10 giugno del 2001, a 21 anni. La stessa in cui Norman aveva preso due lauree: Filosofia della conoscenza e della comunicazione, Filosofia e storia delle idee, entrambe con 110 e lode. E dove svolgeva un dottorato di ricerca in Filosofia del linguaggio, senza borsa. Da lì s’è buttato. Gli inquirenti non hanno dubbi, troppo alta la finestra. Il padre neanche: «Me lo hanno ammazzato», ripete con un filo di voce Claudio Zarcone. «Un omicidio di Stato»: secondo lui, a buttarlo giù, a spingerlo da quella finestra soprattutto il baronato universitario. «L’avevano isolato, in tutti i modi gli avevano fatto capire che non c’era spazio per lui, il dottorato lo faceva senza borsa, perché con borsa lo fanno solo i raccomandati. È stato un gesto simbolico, ha scelto proprio la sua facoltà».
L’estremo j’accuse di Norman,parte dalla Sicilia. Alla quale dà il meglio del suo impegno, due lauree,
110 e lode, il dottorato, il pianoforte, la chitarra – «filosofia e musica: questo era mio figlio» – e un lavoro da bagnino. Lo faceva «per imparare l’etica del lavoro». Così parlava Norman, e così viveva nella sua Palermo, dove sbocchi non ne vedeva più: «Era molto giù in questi giorni, si sentiva un fallito. Ma mi diceva di stare tranquillo, che tutto si sarebbe risolto. L’avevo visto consultare siti di università estere, guardava bandi per borse di studio, pensavo stesse valutando di andare via: non avrei mai creduto che…».
È AFFOGATO NELLA DISPERAZIONE
Fa appello a tutte le sue forze Claudio Zarcone, si aggrappa a quel filo di voce che gli riesce, perché deve raccontare la disperazione di un padre che ha perso un figlio perché lo Stato lascia i ragazzi a se stessi, e «l’ha lasciato affogare nella disperazione ». Soffrirà dopo, ora deve riuscire a dire tutto, a spiegare che suo figlio «è stato ucciso dalla mafia: ha mille volti la mafia, una di questa ha ucciso mio figlio». Il volto peggiore è quello che affoga un ragazzo da 110 e lode, di soli 27 anni, che senza sfiorarlo, senza averlo mai neanche notato. Spingendolo sotto: «Non vedeva più un futuro». Un “altrove” lo stava valutando, scriveva a un amico, grosso modo così: «Compare, non so se ho capito tutto, poco o forse niente. Ma sto per fare una nuova esperienza, solo non potrò raccontarvene ». Perché, aveva scritto in un quaderno, «la libertà di pensiero è anche la libertà di morire». A dicembre avrebbe finito il dottorato sapendo «che era tutto precluso, gliel’avevano fatto capire». Era diventato da poco pubblicista. «Un nostro collega », racconta Zarcone, ex capo ufficio stampa del coordinamento regionale di An, ex portavoce di molti esponenti di Alleanza Nazionale. Ai quali s’era rivolto col curriculum del figlio. Ma dopo «aver pubblicato il libro “Sex and the sicily”, un libro sulle abitudini sessuali dei politici siciliani, m’hanno fatto terra bruciata attorno. E ora nessuno ha il coraggio di farmi le condoglianze»