A sorpresa Letta incontra i sindacati

20/01/2005

    martedì 20 gennaio 2005

    A sorpresa Letta incontra i sindacati

      Scena prima, Roma, pomeriggio di ieri. Sergio Marchionne ripete: «Sono ottimista, Fiat ce la farà». E Luca Cordero di Montezemolo, mai così esplicito, rafforza: «Fiat ha l’assoluta certezza dei propri diritti». Dicono poco di più, presidente e amministratore delegato del Lingotto, e certo nulla che sveli alcunché. Ma, altrettanto certamente, il tono non tradisce nessun nervosismo. Pur senza scivolare nella spavalderia. Scena seconda, Detroit, stesse ore delle dichiarazioni italiane. John Devine, il direttore finanziario di Gm, in piena conference call blocca seccato ogni riferimento a Torino: «Può fare molte domande su Fiat, ma non c’è niente che io possa aggiungere. Abbiamo detto tempo fa che non c’è alcuna data. Appena avremo qualcosa da dire ve lo faremo sapere».

        Forse il numero due del colosso Usa era irritato solo per via dei conti appena presentati, che mostrano un calo del 37% negli utili trimestrali (pur sempre pari a 630 milioni di dollari). Forse è solo questione di autocontrollo, reale o soltanto ostentato, che con i veri rapporti di forza nella contesa-put ha poco a che fare. Resta però il fatto che, strategie di comunicazione o no, a cinque giorni dalla data in cui il Lingotto potrà esercitare l’opzione di vendita dell’auto è sempre Detroit a rivelare il tasso di tensione più elevato.

        La scadenza è qui, dietro l’angolo. Da lunedì lo scontro potrebbe diventare frontale e, per evitarlo, rimane ancora la chance del vertice tra Marchionne e Richard Wagoner. Un vertice che non è un’invenzione della stampa. È vero che i portavoce Gm e lo stesso Devine, da sempre critico sull’accordo con Fiat, insistono: «Non c’è alcuna data». Ma è proprio quel contratto – ed erano stati gli americani i primi a sottolinearlo – a imporre una mediazione e a fissarne le scadenze. E anche se nulla vieta che Detroit, o Torino, o tutt’e due, decidano di non farne nulla e andare direttamente in tribunale, è più plausibile che intanto si voglia comunque sfruttare tutto il tempo a disposizione. Soprattutto da Gm. Magari per ulteriori istruzioni dal board.

        Diversa la posizione Fiat. Quali siano le richieste del Lingotto, in linea di massima, si sa: monetizzazione del put (sui 2 miliardi, si dice) per non passare al suo esercizio. È su questo che a Torino attendono segnali. Ma, almeno all’apparenza, in relativa tranquillità: «Con l’assoluta certezza dei nostri diritti – come assicura Montezemolo – e però continuando a lavorare con determinazione, indipendentemente da Gm, sullo sviluppo dell’azienda». Marchionne, aggiunge, «sta conducendo ottimamente» entrambi i fronti, put e crescita. E lui, l’amministratore delegato, che nella veloce puntata romana di ieri è passato da Capitalia (una delle banche del convertendo, sul cui conto «non ci sono novità» secondo il numero uno di Unicredit Alessandro Profumo), a sua volta glissa sul vertice con Wagoner ma non lo nega: «Posso dire solo che stasera (ieri per chi legge, ndr) torno a Torino e che anche domani sarò lì».

        È una conferma, indiretta, della possibilità di un incontro tra venerdì e sabato? Difficile, tra segnali tanto contrastanti, rispondere. La stessa Borsa appare disorientata. Il risultato è che, dai rialzi dei giorni scorsi, una forte attività di trading ha portato i titoli Fiat a un ribasso del 2,15%. E non si spegne, ovviamente, nemmeno il dibattito politico-sindacale. Con Guglielmo Epifani, segretario Cgil, che in un’intervista al Sole 24 Ore torna ad auspicare una veloce soluzione della questione-put ma anche «una presenza pubblica che aiuti lo sviluppo dell’azienda». E con Gianfranco Fini che, da Le Monde , replica indirettamente: «Fiat, come Alitalia, dipende dal mercato». «Un intervento pubblico – chiosa il sottosegretario al Welfare Maurizio Sacconi – sarebbe antistorico».

          Raffaella Polato