A Parma spunta un prestanome per 30 società del gruppo

09/01/2004


09 Gennaio 2004

«Io nel cda? Firmavo, ma ero solo un impiegato»
A Parma spunta un prestanome per 30 società del gruppo che ora si ritrova indagato

La Procura intensifica le indagini sul settore turistico guidato
da Francesca Tanzi Un’altra «pattumiera» che avrebbe inghiottito
oltre 2 miliardi di euro Parmatour si difende: non ne sappiamo nulla
Brunella Giovara
inviata a PARMA

«Going? Boh, non so cosa sia». Ma lei risulta essere nel consiglio di amministrazione… «Io? Me lo dice lei, io non ne so niente. Io firmavo dei pacchi di roba che mi portavano da firmare, ma non so neanche cosa ho firmato». Questo è il primo personaggio simpatico dell’intero pasticciaccio Parmalat: tale Angelo Ugolotti, classe 1952, un tipetto deciso che ieri ha affrontato – spontaneamente e a testa alta – i sostituti procuratori Antonella Ioffredi e Silvia Cavallari e gli ufficiali della Guardia di Finanza, per dire chiaro

e tondo che lui con questa storia dei falsi e dei «buchi» non c’entra niente. Anzi, ne è vittima: «Io ho comprato azioni Parmalat fino al 20 dicembre, e non sapevo niente di niente. Nessuno mi ha detto niente. Se avessi saputo qualcosa, non avrei comprato, giusto?».
Invece l’ha fatto, poveretto. E adesso minaccia di denunciare i vertici della sua azienda, che è sua sotto almeno tre punti di vista: in qualità di consigliere di amministrazione di «venticinque, forse trenta società del gruppo Parmalat», spiegano persino divertiti gli inquirenti. Ma anche di semplice impiegato di concetto della sede di Collecchio, come nella sua veste di azionista, né più né meno delle migliaia di dipendenti che hanno creduto in Calisto Tanzi e nei suoi uomini, e si sono ritrovati cornuti e mazziati, soprattutto nel portafoglio.
In più, Ugolotti si ritrova indagato assieme a molti altri colleghi – più o meno alti in grado – per concorso in bancarotta fraudolenta, accusa mica da poco che l’ha lasciato più inviperito che mai. Perché lui sì, firmava tutto quello che gli davano da firmare, ma senza rendersene conto, e soprattutto «senza percepire i soldi che invece mi avrebbero dovuto dare, per via di tutti quegli incarichi che mi hanno assegnato…Mi hanno aumentato lo stipendio, ma di poco».
Poca roba, per questo prestanome – il primo in ordine di apparizione della vicenda, altri ne spunteranno fuori prossimamente -, una cosiddetta testa di legno a suo dire completamente inconsapevole, ma dalla firma facile (lo si può immaginare chino sulle carte da firmare, nel suo ufficetto di centralinista) e magari molto invidiato da colleghi meno fortunati, a cui nessuno aveva pensato per quella brillante carriera: da centralinista a consigliere di amministrazione. Anzi, tutti e due gli incarichi.
Consigliere della Parmatour, anche se dichiara di ignorare cosa sia la Going, che è tra le ultime acquisizioni del comparto turistico del gruppo («Going? Boh»). In alcuni casi anche amministratore delegato (della Nite con sede in Delawere, e della Camfild di Singapore), ma sempre così, sportivamente, senza porsi tante domande e accontentandosi di quel piccolo aumento di stipendio che gli era piovuto addosso.
Certo è che sull’infelice società Parmatour si sono focalizzate le attenzioni degli inquirenti, che giusto l’altro ieri l’hanno definita brutalmente come «un’altra pattumiera del gruppo, dopo la Bonlat». Una società in cui Tanzi dirottava fondi distratti da Parmalat per una cifra che secondo gli inquirenti ammonta ad almeno due miliardi. Ieri il portavoce della società Giampiero Manzone smentiva perquisizioni in corso, e si affannava a far sapere che «siamo operativi e continuiamo a lavorare. Ma abbiamo dato mandato ai legali per agire contro quanti continuano a diffondere notizie non corrette su di noi». Ma le voci si rincorrono: perquisizioni, arresti imminenti, e altrettanto imminenti interrogatori di Francesca Tanzi (figlia prediletta di Calisto) e degli altri membri del cda.
Niente di tutto ciò è successo, ma ormai la società è nell’occhio del ciclone, non solo giudiziario. Tanto per dire, qualcuno ieri ha mandato alla sede una lettera di insulti e anche della polverina bianca che è poi risultata essere intonaco da muro, ma sul momento ha fatto gridare all’antrace.
La tensione è alta, insomma. Tra il disperato e il tragico, visto che ieri mattina alcuni rappresentanti legali della società si sono presentati ai giudici fallimentari per verificare le procedure necessarie per la richiesta di insolvenza. Nonostante questo, fonti vicine ai vertici della società negano il dramma, parlano di una «attuale perdita del gruppo che si aggira sui 50 milioni di euro, relativa ai primi 10 mesi di vita dell’azienda». Ma dicono anche «ormai non sappiamo neanche più chi sia il nostro azionista, il nostro vero interlocutore».