A mezza pensione

01/07/2005
    N.25 del 30 Giugno 2005

      ECONOMIA – pagina 146

        A mezza pensione

          Chi lascerà il lavoro fra trent’anni prenderà metà della retribuzione. E allora parte la corsa ai fondi privati. Soprattutto esteri. Lo dice il nuovo rapporto sul Welfare

            di Roberta Carlini

              Gli italiani non comprano italiano. E stavolta non si parla di automobili o pantaloni o scarpe, ma del mondo della finanza e del suo settore più giovane, quello deputato ad aprire l’asfittico mercato dei capitali nostrano: i fondi pensione, nuovi e nuovissimi, chiusi e aperti, collettivi e individuali. I gestori della previdenza integrativa italiana hanno ormai tra le mani un piccolo patrimonio ma – se si esclude la parte destinata all’investimento in titoli pubblici, che resta per lo più nelle nostre frontiere – lo hanno già piazzato quasi tutto nei mercati europei, americani, asiatici. Ovunque ma non a Piazza Affari. Lo denuncia il Rapporto 2005 sullo stato sociale, che sarà presentato la prossima settimana a Roma. Il Rapporto – in passato prodotto dall’Inpdap, adesso promosso dall’università di Roma La Sapienza e dal Centro di ricerca interuniversitario sullo stato sociale – cade nel pieno della discussione sui fondi pensione e della trattativa sul trattamento di fine rapporto. Ed è destinato a infervorarle entrambe. Perché, oltre alle cifre sugli investimenti dei fondi privati, dà anche i numeri sul valore delle pensioni pubbliche che ci aspettano, anno 2035. E non sono bei numeri: per ogni 100 euro del suo ultimo stipendio al trentacinquesimo anno di lavoro regolare, un sessantacinquenne nel 2035 ne avrà 56,7 di pensione. E questo se ha lavorato come dipendente: non arriverà a 40, invece, il "tasso di sostituzione" tra la prima pensione e l’ultimo stipendio del lavoratore parasubordinato. Con previsioni di questo tipo, davanti ad assicurazioni, banche, gestori del risparmio si apre una prateria di potenziali clienti: chiunque voglia nel futuro una pensione che non dimezzi il suo livello di vita. Una prateria occupata finora solo in piccola parte dai fondi negoziali dei lavoratori dipendenti (non più di un milione la platea degli iscritti), dai fondi aperti di banche e assicurazioni (che finora hanno conquistato 374.110 clienti) e da oltre 630.641 polizze assicurative. Sommati ai fondi che esistevano prima della riforma, comunque mettono insieme un bel patrimonio: il 5 per cento del Pil, paragonabile a quello affidato alla previdenza integrativa in Francia e Germania, ancora abissalmente lontano dal 66 per cento degli inglesi. Ma di questo patrimonio che avrebbe dovuto assicurare – nelle intenzioni di chi ha voluto la riforma – il decollo del mercato finanziario italiano, ben poco va a capitalizzare le imprese italiane. I più prudenti tra i nuovi fondi, quelli negoziali (che sono 42 e hanno un patrimonio di 5,4 miliardi di euro), mettono i tre quarti in titoli del debito e il resto in capitale di rischio. Di quest’ultimo pezzo, però, solo una piccolissima parte va in "rischio" italiano, ossia in acquisizione di titoli azionari di società quotate in Italia: qui resta il 2,4 per cento, tutto il resto va in altri paesi europei (10,3 per cento nell’area dell’euro, 4,8 per cento in altri paesi dell’Ue, in particolare la Gran Bretagna), negli Stati uniti (5,4 per cento), in Giappone (0,8 per cento). I fondi aperti (94, tutti molto giovani e qualcuno già in grossa difficoltà) sono un po’ più spregiudicati, mettono in capitale di rischio quasi il 50 per cento del patrimonio, ma anche in questo caso il mercato finanziario italiano resta abbastanza a secco: 8,4 per cento la quota destinata all’Italia, contro il 26 per cento del resto d’Europa, il 36,3 per cento a stelle e strisce e il 6,1 per cento al Giappone. Colpa della struttura produttiva italiana, scrivono gli autori del Rapporto, curato da Felice Roberto Pizzuti, economista keynesiano che non è certo un fan dei fondi pensione ma che avverte: se le imprese piccole e familiari non vanno in Borsa, non è che assicurazioni e fondi possano fare il miracolo. Morale: se il trattamento di fine rapporto, in passato principale forma di finanziamento delle imprese sottocapitalizzate e indebitate, andrà a finanziare la previdenza integrativa, solo un rivolo dell’enorme fiume di denaro tornerà alle stesse imprese. Quanto ai clienti, ai titolari dei fondi e delle polizze, non si può dire che gli impieghi all’estero abbiano garantito rendimenti stratosferici. Dal settembre ’99 al settembre 2004 il rendimento complessivo registrato dai fondi negoziali è stato del 15,4 per cento, mentre i fondi aperti, che rischiano di più in borsa, hanno subito il rovescio del mercato e guadagnato in tutto solo il 5,7 per cento. Negli stessi anni, si legge nel Rapporto, gli accantonamenti per il Tfr si sono rivalutati del 17,7 per cento. Se questi sono i guai del pilastro privato della previdenza, i problemi principali delle pensioni pubbliche stanno in quello che si chiama "tasso di sostituzione": il rapporto tra la pensione e lo stipendio, che, a causa dei nuovi sistemi di calcolo ma anche del boom delle forme parasubordinate di lavoro, si va abbassando drasticamente. Per un lavoratore di 65 anni con 35 anni di contributi, tale rapporto va da 56,7 (se dipendente) a 34,4 (se autonomo o parasubordinato). Nel mezzo, tutte le forme delle carriere miste, di quanti cominciano a lavorare come autonomi e poi, dopo molti anni di flessibilità, conquistano il posti fisso. Ad esempio, con 12 anni "flessibili" e 23 da dipendente, la pensione a 65 anni sarà pari al 49,5% dello stipendio dell’ultimo anno. E la forbice tra pensioni e stipendi si allargherà man mano che aumenta la distanza dal primo anno di addio al lavoro. Forse sarebbe meglio pensarci subito, suggerisce il Rapporto. Prima che scoppi la rivolta delle mezze pensioni.