A Firenze la carica dei 400mila Cofferati:”Non ci fermeremo”

17/04/2002


 
 
IL PERSONAGGIO
 
Manifestazione senza precedenti. Il segretario Cgil: questo governo fa scelte di restaurazione
 
A Firenze la carica dei 400mila Cofferati:"Non ci fermeremo"
 
 
 
Sera di vigilia in collina, alle nove si comincia: una folla mai vista
Nel ´94 lo stesso palco: allora si combatteva contro le pensioni
 
CONCITA DE GREGORIO

FIRENZE – E´ come se a Firenze fossero andati a manifestare tutti quelli che ci abitano, tutti compresi i malati i vecchi gli invalidi i neonati, tutti e venticinquemila di più. Quattrocentomila persone in piazza, trecentosettantacinquemila gli abitanti. Bisogna immaginarsela bene, una manifestazione che porta per strada più gente di quella che in quelle strade ci vive. Bisogna figurarsi le espressioni sulle facce del sindaco e dei poliziotti, dei turisti coi cappelli e dei negozianti sempre un po´ preoccupati, ma questa volta stupefatti, invece, perché una cosa del genere a Firenze non s´era vista mai. «Sergio, se ti presenti al Festivalbar vinci anche lì», gli urlano, «camminate lenti perché ci devono contare», scherza uno col megafono, poi arriva il sindaco e spiega che non si possono contare, quelli che ci sono, perché erano tre cortei e sono diventati trenta, tutte le strade i borghi le piazze sono piene, c´è gente dappertutto. «Sarà Firenze che ti porta bene», gli dice all´orecchio un amico. Perché fu qui a Firenze, otto anni fa, che Cofferati parlò per l´ultimo sciopero generale di 4 ore: in Piazza Santa Croce, anche allora, era il ’94 del primo governo Berlusconi. «Mi portarono sul palco di peso», ricorda. Ma allora fu per proteggerlo: erano passati due anni soli dai bulloni che la stessa piazza aveva riservato a Trentin, una contestazione durissima, settembre ’92, dadi e bulloni contro il palco. Però poi in quel comizio del ’94 per Cofferati vennero 150 mila persone, gli operai del nuovo Pignone in prima linea. Ne hanno parlato tutta la sera, lunedì notte di vigilia: in dodici nella casa sulle colline di Fabio Picchi, il ristoratore del Cibreo. Cofferati e la moglie, Alessio Gramolati Luciano Silvestri e Riccardo Nencini, tutti dirigenti Cgil, un paio di collaboratori stretti. Hanno stappato, a fine serata, un millesimato del ’94. Per augurio: perché il suo primo sciopero generale da segretario della Cgil, quello di otto anni fa, potesse essere di buon auspicio per questo, che quasi certamente sarà l´ultimo. «Finisci dove hai cominciato», brindisi, «finisci in bellezza», e forza che si va, domattina c´è da svegliarsi presto.
Domattina poi è adesso, ora che sono le nove e la città è già piena, Pineider in piazza Signoria è chiuso per sciopero, ci sono ventimila Cobas da qualche parte in marcia, in un angolo del corteo i professori della prima rivolta, Pancho Pardi e Paul Ginsborg, i trampolieri che mangiano pane e mortadella, Zaccaria che era presidente della Rai, Antonio Tabucchi che ha portato in Italia Pessoa, quelli dell´Arcicaccia col vino rosso e i panini per tutti, il sindaco di Cavriglia Enzo Brogi, quello del paese dove potendo scegliere bisognerebbe andare a vivere, dice Adriano Sofri, difatti ogni tanto Cofferati ci va. Non si riesce a camminare, per via de´ Cerretani. «Ditemi dove devo andare, io sono da uova e da latte», chiede Cofferati. Da cosa? «In Emilia si dice così». Arriva Leonardo Domenici, il sindaco, «benvenuti a tutti», dice al segretario. Dicono che il consumo di energia è valutato come quello di una domenica. «Il paese è fermo», sorride il Cinese. Gli portano altri dati. Alla Ducati di Guidi è entrato un lavoratore, nell´azienda di Antonio D´Amato presidente di Confindustria sono in due. Nessuno alla Lucchini di Piombino, nessuno alla Pirelli chimici. Un giornalista della tv belga gli chiede: e ora? «Ora il governo dovrà tenerne conto».
Che poi è quello che ripete dal palco, migliaia di palloncini rossi che volano, palloncini con la scritta: eccoci. Ha firmato decine di cappelli e pettorine, l´elmetto da minatore di Lucio Caprani operaio dell´alta velocità, gli hanno portato un bambino di quattro mesi, Dario, non lo ha carezzato perché no, davanti alle tv meglio di no. «Questo governo fa scelte di restaurazione – comincia – usa in modo disinvolto le parole. Pensate all´imbarazzo della signora Thatcher e di Reagan a sentirsi collocare fra i riformatori». C´è una traduttrice in gesti per sordi, Isotta Magni, che mima. In piazza comunque ci sentono tutti benissimo, cominciano coi fischietti e coi megafoni. «E´ un governo che porta vantaggi alle imprese e non alle persone. Non è vero che i cittadini pagheranno meno tasse: i più ricchi ne pagheranno meno, i più poveri non avranno più le protezioni sociali». Sulla scuola: «Le aziende della signora Moratti seguono un modello molto più evoluto di quello che lei vuole applicare alla scuola pubblica». Sulle pensioni: «La verifica del 2001 ha dato ragione al sindacato, l´andamento della spesa è in ordine ma su questo il governo sorvola. La decontribuzione sarà un disastro per i nuovi assunti, che non avranno pensione, e per i vecchi, perché fra cinque anni se calano i contributi non ci saranno i soldi per pagare le pensioni di adesso». Sull´articolo 18. «Sono ridicoli a dirci: perché vi interessate tanto a una questione che riguarda pochi. Perché insistono tanto loro?, allora». I tre punti su cui non si arretra, dunque: l´articolo 18, che è battaglia «di sostanza e di principio», lo scudo fiscale, «sul quale proprio oggi, con gesto di provocazione, il governo chiede la fiducia al parlamento», il rispetto della controparte. «I ministri del governo Berlusconi ci hanno insultati accusandoci di avere rapporti con il terrorismo», ovazione, «hanno irriso chi ha partecipato con sacrificio alla manifestazione del 23 marzo». Lo sciopero ha da sempre un fondamento etico, dice Cofferati: «E´ gravoso per chi deve rinunciare alla retribuzione, in specie se è una retribuzione bassa. Ma questo loro non lo capiscono, perché è un mondo che non gli appartiene».
«Saremo in campo per tutto il tempo che sarà necessario», promette Cofferati mentre l´operaio con l´elmetto da minatore gli urla col megafono: «Unisci la sinistra, solo tu ci puoi riuscire». «Sappiano che non ci fermeremo fino a quando non avremo raggiunto l´obiettivo». Gli studenti del liceo artistico srotolano dalla finestra del secondo piano un striscione contro la Moratti, un gruppo di ragazze porta un poster con la foto di Totò: «Siamo uomini o cavalieri?». «Indietro non si torna, e grazie per questa giornata straordinaria», chiude il Cinese. Gli urlano resistere, tre volte resistere. Il sindaco di Firenze Domenici se ne va con la figlia Barbara, quello di Cavriglia col figlio Francesco. Cofferati con la moglie, su un´Alfa Romeo nera. «Ha chiuso un ciclo. Ha cominciato qui, da segretario chiude qui», scende le scale del palco il segretario della Camera del Lavoro Gramolati, uno dei dodici del brindisi. Poi saluta Tabucchi lo scrittore amico dei rom, quelli che la Fallaci quando li trova in piazza Duomo chiama la polizia. Zoppica, Tabucchi, dice che si oggi è commosso, e meno male che a Firenze c´è posto per tutti.