A febbraio 21.000 posti in meno nelle grandi imprese

04/05/2004

      4 Maggio 2004


      SECONDO IL CENTRO STUDI CONFINDUSTRIA IL CALO RAPPRESENTA UN DATO NATURALE NEI SISTEMI ECONOMICI AVANZATI
      A febbraio 21.000 posti in meno nelle grandi imprese
      Cgil, Cisl e Uil: «Situazione disastrosa». Il governo: «Abbiamo la minor disoccupazione da 14 anni»

      Vanni Cornero
      L’occupazione nelle grandi imprese diminuisce ancora. Gli ultimi dati sono quelli relativi a febbraio, che l’Istat ha comunicato ieri: 21.000 posti di lavoro in meno, pari ad un calo percentuale dell’1% rispetto allo stesso mese del 2003 (a gennaio la diminuzione era stata dello 0,9%). Al lordo della cassa integrazione, i posti persi nelle industrie con più di 500 dipendenti sono stati 23.000 (-2,9% sul febbraio precedente).

      Un calo solo in parte equilibrato dai 2000 posti in più creati nel settore dei servizi (+0,2%). Dati che hanno suscitato l’allarme dei sindacati, mentre il governo e la Confindustria valutano «naturale» la tendenza al ribasso, che appare comunque «arginata dall’aumento dei posti di lavoro nelle piccole e medie imprese». L’esame dei conti Istat evidenzia un fenomeno negativo diffuso in tutte le attività manifatturiere, da quelle tessili e dell’abbigliamento (-5,5%), alla quelle di apparecchi elettrici e di precisione (-4,1%) fino a quelle di macchine e apparecchi meccanici (-4,0%). L’andamento è stato invece generalmente positivo nei servizi, soprattutto nel commercio (+4,7%) e negli alberghi e ristoranti (+2,4%).
      Da qui trae spunto il commento degli analisti di Confindustria: «Dagli anni Ottanta – sottolinea l’associazione di Viale dell’ Astronomia – l’occupazione si contrae nelle grandi imprese e aumenta nelle piccole e nelle medie aziende». Questo è avvenuto anche a febbraio «confermando – dice ancora Confindustria – la tendenza di lungo periodo del sistema industriale a trasferire occupazione nelle imprese di dimensione media e piccola». Una tendenza che trova conferma nei dati Inps, da cui si può analizzare l’evoluzione dell’occupazione dipendente per dimensione d’impresa. «Tra il 1994 e il 2003 – riferisce il Centro studi imprenditoriali – la quota di occupazione industriale è aumentata solamente nelle classi dimensionali al di sotto dei 500 dipendenti». Ma il commento ai dati contiene anche un avvertimento: «Questa tendenza, che ha dunque valenza strutturale e non congiunturale, – aggiungono gli analisti – pone rilevanti interrogativi sullo sviluppo del sistema industriale e sulla sua capacità di tenuta nel medio-lungo periodo».
      Per il governo il viceministro delle Attività produttive, Adolfo Urso, ribadisce: «In tutti i sistemi economicamente più avanzati da lungo tempo c’è una riduzione dell’occupazione nella grande industria. Questo anche come effetto della robotizzazione del sistema industriale e della modernizzazione degli impianti. Un effetto confermato, nel caso dell’Italia, da una crescita dell’occupazione nelle Piccole e medie imprese e nei servizi. Sul fronte dell’ occupazione – conclude Urso – se guardiamo il dato complessivo, sappiamo che in Italia c’è il più basso tasso di disoccupazione degli ultimi 14 anni».
      Di tutt’altro avviso Cgil, Cisl e Uil, che chiedono allarmati una diversa strategia di politica industriale. Secondo Marigia Maulucci, segretario confederale della Cgil, i dati sull’occupazione nelle grandi imprese sono la «cronaca di un disastro annunciato dal crollo della produzione industriale, dalla diminuzione degli ordinativi, dalla perdita di competitività e di mercato dei nostri prodotti». Secondo la Cisal: «La costante perdita di posti di lavoro nella grande industria non deve essere interpretata come un fenomeno dei tempi nuovi, ma come una pericolosa deindustrializzazione del nostro Paese», dice il segretario generale Francesco Cavallaro.
      Seriamente preoccupata della situazione anche la Confesercenti e il presidente, Marco Venturi, insiste: «E’sempre più urgente un impegno del Governo per far ripartire l’intero sistema produttivo del Paese, a cominciare dalle piccole e medie imprese che, di fatto, hanno garantito in passato e possono ancora garantire, se messe in condizione di farlo, la creazione di posti lavoro per compensare almeno in parte l’espulsione di manodopera delle grandi aziende».