A destra i rentiers, a sinistra i produttori

04/11/2002
 



2 Novembre 2002




INDUSTRIA. RILANCIAMO L’ALLEANZA TRA PROFITTO E SALARIO
A destra i rentiers, a sinistra i produttori

Nella classifica delle prime cento imprese globali pubblicata ogni anno da Fortune, l’Italia quasi non esiste. A parte il gruppo Agnelli, c’è qualche banca e le assicurazioni Generali, imprese di servizi come Enel e Telecom, e l’Eni, ormai trasformata in una holding finanziario-mercantile. Come può essere altrimenti? Ci siamo concentrati in settori di nicchia o che vivono di risulta. Siamo regrediti verso un artigianato di lusso.
Una società di piccoli produttori, grandi consumatori e immensi rentiers. Altro che "economia del cespuglio": persino il suo teorico, Giuseppe De Rita, ne ha orrore. E rimpiange il tempo in cui c’erano gli Alberto Beneduce, i Pasquale Saraceno, i Raffaele Mattioli, gli Enrico Cuccia che hanno salvato e rilanciato l’Italia industriale in periodi diversi della sua storia. Adesso, nel bel mezzo di una crisi profonda e strutturale, ci si interroga se salvare la Fiat o liquidarla. Un’alternativa estrema quanto astratta se non si discute sul posto che l’Italia ha nell’economia globale e su quello che vuole avere. A forza di credere alla fine del lavoro e di far arricchire falsi profeti come Jeremy Rifkin, non ci siamo accorti che l’economia capitalistica continua a creare nuovi lavori produttivi che consentono l’esistenza al loro fianco di lavori improduttivi. Insomma, un certo sociologismo da best-seller, è servito per nascondere la realtà: il declino dell’Italia come potenza economica. Proprio come va denunciando Antonio Fazio. Una tendenza che la banca centrale ha da tempo portato all’attenzione di una classe politica la quale, invece, ha chiuso gli occhi o per insipienza o per interesse.
L’Italia post-industriale – pardon de-industrializzata – è un modello che forse può andare bene alla destra che ci governa. Una destra fondata su un vero e proprio patto dei rentiers. Basta vedere il primo anno dominato da provvedimenti che hanno favorito le rendite capitalistico-familiari, le rendite fiscali, le rendite edilizie, la rendita pubblica, soprattutto quella basata sulla redistribuzione a favore dei gruppi parassitari. L’ultima Finanziaria ne è una conferma. Dovendo tagliare, Giulio Tremonti (che del resto ha sempre teorizzato il primato della finanza e l’impalpabile leggerezza del capitale) ha preferito colpire le imprese. Ma l’Italia de-industrializzata è davvero un modello per la sinistra? Nel dibattito della Costituente, subito dopo la guerra, era chiaro a Palmiro Togliatti e a Pietro Nenni, a Rodolfo Morandi e a Ugo La Malfa, che l’Italia senza grande industria avrebbe finito «per lustrare le scarpe agli americani». L’idea di un paese che potesse sopravvivere grazie al sole e al mare o «con case di cura per ricchi stranieri», una sorta di Florida stracciona, faceva loro venire i brividi. Si dirà: i tempi sono cambiati, viviamo nell’era post-industriale. Ma davvero? Non usiamo macchine per produrre macchine, per aiutarci a vivere e a pensare, per divertirci? Certo che le usiamo, solo che quelle macchine non le produciamo più noi. Siamo un paese terziarizzato dentro un’Europa fortemente industriale e accanto a un’America che nell’ultimo ventennio ha realizzato una rivoluzione tecnologica e industriale senza pari.

E per favore, basta con la solita domanda retorica: che cos’è la sinistra nel Terzo millennio? Cosa sarà la sinistra del futuro nessuno lo sa, quel che sappiamo è che la Spd in Germania o i socialdemocratici in Svezia non predicano né praticano la de-industrializzazione. Tanto meno lo fanno i francesi, semmai il contrario. Tony Blair ha vinto contro una Gran Bretagna de-industrializzata dalla signora Thatcher. Quanto a Bill Clinton, promise «jobs, jobs, jobs» e ha mantenuto gli impegni con una politica che ha favorito l’industria sulla quale si basa la potenza degli Stati Uniti. Al patto dei rentiers voluto dalla destra italiana, dunque, la sinistra dovrebbe opporre un patto tra produttori, un’alleanza tra profitto e salario contro le rendite. La produzione di merci e servizi contro la pura intermediazione, finanziaria o commerciale. Il ritorno ai fondamentali, secondo i quali il reddito prima lo si produce poi lo si distribuisce. E’ un patto tentato un quarto di secolo fa, con l’accordo tra Gianni Agnelli e Luciano Lama dal quale nacque la scala mobile.
Naturalmente, oggi i termini sono ben diversi. Non si tratta più di scambiare la pace sociale con la difesa automatica dei salari contro l’inflazione, ma, semmai, di rilanciare l’occupazione produttiva. L’Italia, tra i suoi tanti paradossi, nutre anche quello di un aumento degli occupati mentre il prodotto lordo si riduce. E’ frutto degli incentivi e della flessibilità creata negli anni Novanta. Il mercato del lavoro è stato sbloccato, adesso bisogna farne la leva per il rilancio economico. L’obiettivo che abbiamo di fronte è investire di più in ricerca e sviluppo, aumentare la produttività, quindi far crescere i salari e il benessere della gente che lavora. E’ un programma socialdemocratico. Non è chic per la gauche caviar? E’ troppo "global" per "il movimento"? Ma forse lo capiranno da Mirafiori a Termini Imerese.


 
     


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