A che cosa deve servire la riforma delle pensioni (E.Scalfari)

21/07/2003

sabato 19 luglio 2003
 
Pagina 17 – Commenti
 
 
A che cosa deve servire la riforma delle pensioni
          I risparmi dovrebbero essere utilizzati per la spesa sociale, che è tra le più basse dell´Ue:manchiam d´ammortizzatori sociali e abbiamo un sistema di tutele carente
          Ritardare il pensionamento è una necessità: contributivo generalizzato e allungamento volontario e incentivato dell´età lavorativa è la mia soluzione

          EUGENIO SCALFARI

          HO MOLTA stima per le qualità di studioso di Tito Boeri, tanto che, prima di scrivere il mio articolo sul sistema pensionistico di domenica scorsa, mi premurai di cercarlo e parlarci il che avvenne in una lunga conversazione telefonica. Debbo dire che le opinioni e i dati che ci scambiammo mi indussero a ritenere che le nostre posizioni – per una quota marginale differenti – fossero largamente simili. Ma ho appreso leggendo il suo articolo di ieri su Repubblica congiuntamente firmato con Agar Brugiavini, che non era così.
          Probabilmente avevo capito male (può succedere) oppure Boeri cambia tono e motivazioni secondo l´interlocutore (può accadere anche questo).
          Comunque risponderò alle contestazioni di Boeri-Brugiavini con la stessa ruvida cortesia cui il loro pregevole testo è improntato. Lo farò procedendo per punti affinché la mia risposta risulti il più possibile chiara. Ma anzitutto una premessa: a me non piacciono le guerre tra poveri e tanto meno quelle tra generazioni. Sostenere una qualunque tesi in nome dei giovani contro i vecchi o viceversa mi è sempre parso un brutto esercizio retorico, spesso fondato su una distorta presentazione degli argomenti. Quand´anche vi siano iniquità generazionali, lo sforzo di chi affronta il problema mi sembra debba essere quello di risolverlo tenendo conto degli interessi di tutti contemperandoli nei limiti del possibile. Del resto la grande politica ha sempre obbedito a questo canone. In una democrazia ben funzionante i tecnici prospettano, i politici decidono. Se i tecnici pretendono d´esser loro a decidere vuol dire che in quella democrazia qualche cosa non funziona bene.
          Fine della premessa e veniamo ai punti.

          1. Il senso politico del mio articolo di domenica scorsa era la necessità di passare dall´attuale sistema ancora largamente retributivo al contributivo generalizzato e di incentivare i lavoratori a prolungare la loro permanenza al lavoro spostando dunque in avanti la loro uscita dal sistema. Mi era parso di capire che questi fossero anche gli obiettivi di Boeri, ma ora non ne sono più così sicuro. Comunque non mi sento affatto in mezzo al guado: contributivo generalizzato e allungamento volontario e incentivato dell´età lavorativa. Se bisognava scegliere una posizione, la mia è questa.
          2. Ho soggiunto però che i risparmi nella spesa pensionistica così ottenibili non dovrebbero essere utilizzati al di fuori della spesa sociale complessiva la quale – è opportuno ricordarlo – è tra le più basse dell´Unione europea. Noi manchiamo quasi del tutto di ammortizzatori sociali e abbiamo un sistema di tutele sommamente carente che lascia scoperti alcuni milioni di lavoratori specie quelli regolati dalle normative sulla flessibilità. Il contributivo generalizzato dovrebbe servire secondo me a finanziare almeno in parte il sistema delle nuove tutele. Coloro che saranno penalizzati dall´estensione del contributivo avranno almeno la soddisfazione di poter costruire con il proprio sacrificio e la propria attiva partecipazione il nuovo welfare. Non ho però letto nulla in proposito nel testo Boeri-Brugiavini. Ne debbo dedurre che non sono d´accordo? Ne sarei assai stupito. In tal caso domanderei: perché?
          3. Mentre mi dichiaro d´accordo – e l´ho già detto – con il prolungamento volontario e perfino incentivato dell´età di lavoro, pongo tuttavia una domanda a me stesso, ai responsabili politici del welfare e anche ai due insigni studiosi che sono in questa occasione i miei interlocutori: siamo di fronte in Italia, in Europa, in Usa, a una massiccia disoccupazione giovanile che si stenta a far diminuire. Come si concilia questo fenomeno e la politica che tende a combatterlo con la permanenza più lunga al lavoro dei già occupati? I due obiettivi – contenere la disoccupazione giovanile, prolungare la permanenza dei vecchi occupati – non sono palesemente contraddittori? Non si danneggiano in questo caso i giovani favorendo i vecchi? Vedete, cari Boeri-Brugiavini com´è facile rivoltare la frittata e dimostrare l´opposto di quanto era stato sostenuto appena due righe prima? Vedete come le verità che sembrano assiomatiche, specie in materie così opinabili, hanno più la fragilità del vetro che la durezza del diamante?
          4. I miei interlocutori sostengono che il sistema pensionistico è già in grave squilibrio senza dovere aspettare la "gobba" del 2013-2030. Per sostenere quest´assunto essi negano che si possa distinguere tra previdenza e assistenza; in particolare per le pensioni d´invalidità, una parte delle quali è finanziata da contributi dei lavoratori e dei datori di lavoro. Sono a dir poco stupefatto da queste affermazioni. La pensione non è, in sostanza, che salario differito, esattamente come la liquidazione. Non a caso infatti siamo stati tutti d´accordo, almeno a parole, di trasferire il trattamento di fine rapporto a un sistema di pensioni integrative. L´assistenza è certamente una spesa sociale ma nient´affatto previdenziale. Considero dunque una delle tante "furbate" del fisco quella di addossare ai lavoratori e ai datori di lavoro una parte del finanziamento delle pensioni d´invalidità: si sgrava il Tesoro e si manda in disavanzo l´Inps. E poi si scarica sui pensionandi l´onere di simili operazioni. Al mio paese questo si chiama il gioco delle tre carte.
          Voi come lo chiamereste?
          5. Non c´è dubbio che se un lavoratore si rompe una gamba sul lavoro o un cittadino italiano è privo di reddito al di sotto della pura sussistenza, la comunità deve intervenire per aiutarlo. Che cosa c´entra la previdenza? Previdenza significa risparmiare pensando alla propria vecchiaia. In pura teoria si possono abolire sia le pensioni che le liquidazioni (che in molti paesi infatti non ci sono) trattandosi di salari differiti si può renderli interamente attuali e affidarli oggi, non domani, al destinatario cioè al lavoratore. Tremonti ne sarebbe felice: molto meglio che ipotecare la casa per comprarsi il frigorifero. Vogliamo completare lo smantellamento del futuro che è già un pezzo avanti con i contratti di lavoro precari, e concentrare interamente sul presente la ricerca della felicità? È questa la vostra tesi?
          6. Dicono i miei interlocutori che le pensioni hanno anche un contenuto redistributivo; se fossero soltanto il puro risultato dei contributi versati tanto varrebbe – essi sostengono – trasformarle in assicurazioni private. Io penso all´opposto che le pensioni non debbano avere alcuna funzione redistributiva; penso anche che la previdenza sia un obbligo, come l´assicurazione contro i sinistri automobilistici. Penso infine che l´obbligatorietà comporti una gestione pubblica e non una gestione privata.
          L´obbligo crea infatti un monopolio nell´offerta o la collusione inevitabile tra i titolari dell´offerta; a situazione di questo genere si reagisce con la gestione pubblica dell´offerta del servizio. Si tratta di concetti elementari per chiunque abbia letto non Carlo Marx ma Luigi Einaudi o De Viti De Marco.
          7. Il comune amico Vincenzo Visco, della cui scienza ho di solito piena fiducia, su questa materia coltiva una sua bizzarria. Se ho capito bene il suo pensiero, vorrebbe addossare tutto il complesso delle spese di assistenza e di previdenza alla fiscalità generale e abolire ogni contribuzione. L´idea ha una sua genialità. Personalmente se fosse attuata ne sarei atterrito. Mi piacerebbe conoscere in merito l´opinione di Boeri-Brugiavini.
          8. Tagliare nel settore dei pubblici dipendenti qualche privilegio di troppo e qualche palese iniquità mi pare un sacrosanto obiettivo. Su questo punto sono del tutto d´accordo con i miei cortesi e dotti interlocutori. Anche qui però mi permetto d´attirare l´attenzione su un punto: centinaia di migliaia di pubblici dipendenti aspettano il rinnovo dei loro contratti da quasi due anni. Lo Stato ha mille ragioni per voler modernizzare le prestazioni e le normative degli statali, purché da parte sua non sia inadempiente. Altrimenti diventa un datore di lavoro inaffidabile.
          Post scriptum. Considererei un obbrobrio giuridico ed etico chiudere o diminuire le cosiddette "finestre" di pensionamento nei prossimi dodici mesi come il ministro del Tesoro vagheggia. Spero che Tremonti non ci provi. Se ci provasse spero che sia battuto in Parlamento. Certamente lo sarebbe nel paese.