A 65 anni la pensione sarà più allettante

14/10/2002






14 ottobre 2002

NORME E TRIBUTI
      1) A 65 anni la pensione sarà più allettante
      2) La svolta dovrà partire dal 2005
A 65 anni la pensione sarà più allettante

Previdenza – La prossima settimana la Ue prenderà in esame il rapporto dell’Italia sulle strategie per la riforma del sistema


Adeguatezza, sostenibilità, modernizzazione. Sono questi i tre obiettivi, indicati dall’Europa, contenuti nel piano per la previdenza che il Governo italiano ha presentato alla Ue. Il «Rapporto sulle strategie nazionali per i futuri sistemi pensionistici» scritto da un gruppo di esperti coordinati da Giuliano Cazzola è già stato consegnato al ministro del Welfare Roberto Maroni e, dopo il via libera dell’Esecutivo, insieme agli altri piani sulla previdenza di tutti gli altri Paesi europei, sarà poi discusso nella riunione congiunta delle commissioni delle politiche sociali ed economiche della Ue, il 23-24 ottobre, per arrivare all’elaborazione di un unico documento che sarà esaminato al vertice dei capi di Stato e di Governo in primavera. Il Governo italiano vuole «continuare la modernizzazione del sistema previdenziale,tenendo presente, da un lato,l’esigenza di garantire la sua sostenibilità finanziaria ed economica; dall’altro di preservare o acquisire l’adeguatezza dei sistemi stessi nel perseguimento di quegli obiettivi sociali che storicamente sono la ragion d’essere dei sistemi previdenziali e di welfare europei». Due obiettivi il sistema pensionistico italiano potrà raggiungere solo se sarà realizzato un presupposto imprescindibile: l’innalzamento dell’età lavorativa. Questo significa portare da 58 a 63 anni la media di età della pensione e arrivare a un tasso di occupazione dei lavoratori tra i 55 e i 64 anni fino al 50% così come indicato prima dal Consiglio dei capi di Stato e di governo di Stoccolma, e poi dal Consiglio di Barcellona. Ma lo strumento principale per rendere sostenibile e adeguato, oltre che socialmente e politicamente accettabile, il sistema pensionistico è quello di innalzare cosiddetto tasso di sostituzione al momento del pensionamento: ossia il rapporto tra pensione iniziale e retribuzione percepita nel periodo precedente il pensionamento. Le riforme degli anni ’90, infatti, con il graduale passaggio dal sistema retributivo (per il computo della pensione si fa riferimento alle retribuzioni degli ultimi 10 anni) a quello contributivo (il riferimento è ai contributi versati nell’arco dell’intera vita lavorativa) comporteranno tra il 2010 e il 2020 una flessione «significativa» del tasso di sostituzione. I trattamenti cui avrà il diritto chi andrà in pensione saranno infatti legati non solo ai contributi versati ma, anche, in proporzione inversa, alla speranza di vita residua, destinata ad aumentare, al momento del pensionamento. Innalzare invece l’età lavorativa reale fino a 65 anni con 40 di anzianità contributiva, significherà percepire il 63,4% dell’ultimo reddito da lavoro dipendente contro il 48,1% che alla stessa data riceverebbe a legislazione invariata. Senza considerare poi che aumentare l’età lavorativa fino a 65 anni comporterebbe anche un innalzamento del tasso di sostituzione della previdenza complementare dal 16,73% al 18,75 per cento. In sostanza, allora, il rapporto della commissione propone un’accelerazione della riforma Dini che pure «ha consentito di evitare il collasso del sistema» ma prevede una fase di transizione troppo lunga. Per cui diventa necessario «favorire un prolungamento della vita lavorativa effettiva, e, più in generale, un innalzamento dei livelli occupazionali». A questo proposito il documento rammenta che la legge delega sulle pensioni si concentra soprattutto sull’obiettivo di rafforzare gli incentivi al prolungamento dell’attività lavorativa e facilitare l’effettivo decollo della previdenza integrativa. La delega giace però da mesi «parcheggiata» in Parlamento anche perché il Governo non considera ancora maturi i tempi politici per affrontare la riforma, come si è visto nella Finanziaria che non affronta il tema pensioni, e il piano che sarà presentato a Bruxelles ritiene essenziale, per avviare la riforma, «un ampio confronto con le parti sociali, e senza l’assillo dell’emergenza, nella consapevolezza che si tratta di completare un processo già in parte avviato e che ha già conseguito importanti obiettivi».

a cura di Gianpiero Scarpati

LE PRIME MOSSE
La svolta dovrà partire dal 2005


È considerata la chiave di volta per garantire la sostenibilità del sistema pensionistico. L’innalzamento dell’età pensionabile per il piano che il Governo italiano ha presentato alla Ue e che sarà discusso insieme a quelli degli altri Paesi il 23-24 ottobre (si veda l’articolo qui sopra) è la «chiave di congiunzione» dell’insieme degli obiettivi (adeguatezza, sostenibilità e modernizzazione del Welfare) assunti dall’Unione. Se l’obiettivo, contenuto anche nei documenti comunitari, è infatti quello dell’innalzamento del tasso di occupazione al 70%, un ruolo determinante lo giocheranno infatti gli incentivi sulla permanenza al lavoro. Insomma, come stabilito a Barcellona, bisogna alzare la media di età effettiva per la pensione da 58 a 63 anni. Il rapporto tra anziani e lavoratori attivi, di poco superiore a 1/4 nel 2000, con l’attuale sistema si avvicinerebbe a 2/3 a metà secolo. L’evoluzione demografica complessiva comporterebbe poi una forte crescita del rapporto di dipendenza economica tra anziani (con più di 65 anni) da poco meno del 50% del 2000, al 64% nel 2020, fino al98% del 2040. Il rapporto mette infatti in evidenza come l’aumento della speranza di vita residua con il sistema attuale dovrebbe comportare una riduzione del periodo di godimento della pensione, se si vorranno salvaguardare le condizioni di stabilità finanziaria dell’intero sistema. Ipotizzando invece che la figura-tipo del pensionato diventi, al più presto, quella di un 65enne con 40 anni di contributi versati si riuscirebbero a mantenere gli stessi livelli di cui oggi gode il pensionato-tipo con 60 anni di età e 35 di contribuzione. Oggi poi il tasso di occupazione dei lavoratori compresi tra 55 e 64 anni – un segmento cruciale – «rimane uno degli aspetti più critici del mercato del lavoro» attestandosi al 28 per cento. Un livello che è sicuramente insufficiente se dall’attuale 55% del tasso di occupazione (riferito alla popolazione tra i 15 e 64 anni di età), l’Italia vorrà raggiungere la soglia di eccellenza fissata al 70 per cento. Negli ultimi anni è aumentata anche l’età media effettiva di ritiro dal mercato del lavoro, passata dal 57,4 del 1997 al 59,4 del 2002 (è più bassa quella del pensionamento di anzianità). Ma il Governo intende anticipare i tempi e arrivare a un tasso di occupazione degli over 54 del 40% entro il 2005 «rivedendo e migliorando l’effetto degli incentivi al posticipo al pensionamento in parte già introdotti dalla Finanziaria del 2000». Si tratta della liberalizzazione dell’età pensionabile; della certificazione dei diritti una volta maturati i requisiti minimi per la pensione di anzianità; e degli incentivi contributivi e fiscali, consistenti nella totale esenzione del versamento dei contributi previdenziali una volta maturati i requisiti per la pensione. Ma gli altri due strumenti che il Governo giudica fondamentali per innalzare l’età della pensione sono la realizzazione di misure volte a favorire l’emersione del lavoro nero svolto dai pensionati, e superare gradualmente le «residue norme limitative del cumulo tra reddito e pensione».