Muri reali, muri virtuali. Tutti, prima o poi, crollano. Trent’anni fa cadeva quello di Berlino

09/11/2019
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(di Roberto Bortone)

La notte tra il 12 ed il 13 agosto del 1961 decine di migliaia di soldati e membri di formazioni paramilitari vengono messi in movimento da ogni angolo della Deutsche Demokratische Republik, il Governo comunista della Germania Est, e concentrati a Berlino. È l’operazione “Rose”: a più di dieci anni dalla divisione in due blocchi del suolo tedesco ha inizio l’edificazione di un sistema di fortificazione di cemento e filo spinato che separa fisicamente la città, dividendola in due. La prima domanda, allora, è: perché? Perché ad un certo punto della storia, nel cuore della civile Europa, si sente l’esigenza di costruire un muro? Ogni anno, circa 150.000 persone, approfittando di una frontiera – ancora virtuale – tra Est e Ovest, decidevano di abbandonare il socialismo reale, al costo di un biglietto della metro, per sempre. Nel giro di una decina d’anni dalla sua fondazione lo stato comunista era già al collasso, avendo perso quasi tre milioni di abitanti, soprattutto giovani professionalmente qualificati, fuggiti in cerca di un futuro migliore. Ecco perché venne costruito. Probabilmente per lo stesso motivo, l’8 novembre del 1989 – quasi inaspettatamente – quel muro che sembrava invincibile, cadde. In città oggi ne rimangono alcune tracce visibili, ma il ricordo di quel muro sopravvive nei negozi di souvenir e nelle storie raccontate (e filmate) di chi lo ha attraversato o semplicemente vissuto. I muri si costruiscono e cadono per lo stesso identico motivo, perché le persone vogliono muoversi o sono costrette a farlo.

Ogni muro vive di storia e di storie. Non è immaginabile comprenderlo senza avere nella mente le immagini di chi ha tentato di attraversarlo, senza capirne i desideri e le speranze, tutte “al di là” e i dolori vissuti e lasciati “al di qua”. Appena completata la costruzione del muro, a Berlino restavano ancora molte vie di fuga. Intere famiglie iniziarono a calarsi dalle finestre di Bernauer Strasse, aiutate dalla polizia di Berlino ovest che cercava di dare aiuto e soccorso ai fuggitivi, mettendo materassi sui marciapiedi per ammorbidire la caduta. È proprio qui che ci furono le prime vittime, come Rudolf Urban, 47 anni che cadendo si fratturò entrambe le gambe per morire dopo nemmeno un mese in ospedale. O Ida Siekmann, una donna di 59 anni che morirà provando a scappare buttandosi dal terzo piano del suo appartamento. Medesimo destino quello dell’ottantenne Olga Segler o del giovane Brend Lunser, di soli 22 anni, entrambi morti nel tentativo di calarsi dagli appartamenti che si affacciavano al di là del muro. In tutto sono stati quasi un migliaio i berlinesi uccisi nel tentativo di scavalcare il muro. Molti di più, ovviamente, quelli che vi sono riusciti.

Muro-di-Berlino_ConradShumannTra i più famosi, il sottufficiale Hans Conrad Schumann che era a guardia proprio di una sezione del muro, con il mandato di sparare a vista. Conrad capì di essere dalla parte sbagliata della storia. Scavalcò la recinzione di filo spinato e salì sul retro di in un camion dall’altra parte che chiuse subito il portellone e partì a tutta velocità. La sua immagine, scattata da un fotografo è divenuta una delle icone della Guerra Fredda. Schumann, dopo trent’anni di separazione dalla sua famiglia, tornato a casa si tolse la vita il 20 giugno 1998.

Come ci ricorda Bauman, per chi sta “al di qua”, il muro, può essere tante cose: per chi si sente già “ultimo” quella barriera è la finestra sicura da cui affacciarsi e scoprire che “al di là” c’è qualcun altro che è ancora più ultimo. Per coloro che temono di perdere il loro benessere, già reso precario dal mercato, il muro è l’unico steccato possibile per tenere lontani i messaggeri di dure realtà. Perché coloro che stanno al di là, gli “immigrati”, sono quelli che portano le cattive notizie (guerre, terrorismo, disastri ambientali, miseria…) dagli angoli più remoti (Siria, Afghanistan, Mali, Gambia, Eritrea…) fino alla porta di casa nostra.

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