“8marzo” Racconti: Quote Rosa (V.Giannoli)

07/03/2007
    mercoledì 7 marzo 2007

    Pagina 5 – Kultur

      RACCONTI. QUOTE ROSA

        Di Viola Giannoli

          Avere meno di quarant’anni
          e resistere al precariato di genere

            Sicuramente giovani, forse carine, spesso disoccupate. Si descrivono così le quindici autrici (più una) di Quote rosa. Donne, politica e società nei racconti delle ragazze italiane (Fernandel). Un progetto letterario, o meglio un concorso, nato da un’idea di Gianluca Morozzi e Grazia Verasani (la scrittrice aggiunta alle quindici esordienti e già nota per Quo vadis, baby da cui l’omonimo film di Gabriele Salvatores).

              Quote rosa è un’antologia tutta al femminile che raccoglie sedici racconti di “under 40” che toccano temi come l’emancipazione dalla famiglia e da ruoli patriarcali arcaici (Un posto al Sud di Elisa Ruotolo), la scoperta di una propria identità sessuale (Diventare lesbicadi Susanna Bissoli), la maternità tra desiderio e frustrazione, il voto (L’età che hai tu adesso di Elisa Genghini), l’immigrazione, la durezza del lavoro (Diciotto carati di Stefania Bondini; Bacia per terra di Federica Senigagliesi) e la difficoltà
              di trovare un impiego, tra concorsi (Dove non si parla d’amore? di Daniela Russo) e flessibilità senza diritti.

                Il titolo della raccolta richiama l’espressione entrata nel gergo politico e nel lessico diffuso che denuncia la difficoltà per le donne di raggiungere
                la parità effettiva in molti campi e al tempo stesso indica un sistema protezionistico per porvi un marginale rimedio. L’antologia stessa è
                una “quota rosa”, un luogo riservato dove le donne si raccontano e tramite le loro storie parlano di un presente fatto di incertezze e di crisi
                dei ruoli tradizionali, di un’Italia attuale e lacerata dalla non coincidenza di bisogni, desideri e realtà. Una letteratura non per donne – anche
                se la “quota” delle lettrici supera statisticamente quella dei lettori – ma di donne, che racconta meglio di saggi e indagini sociologiche la condizione
                femminile in maniera new-realistica e spesso ironi- ca. Il concetto di “quote rosa” può apparire limitativo e può sembrare un controsenso
                il fatto che un libro che vuole sfatare il mito di una disuguaglianza di opportunità adotti quell’espressione per il titolo. Ma il senso è proprio qui: nel fatto che sarebbe meglio non ci fosse bisogno di istituire “quote rosa”, di considerare le donne come una specie da proteggere e tutelare, con distinzione. Un “diverso”, nel senso non qualificativo del termine.

                Ricorda Grazia Verasani che Marx diceva: «La libertà delle donne è il primo termometro per misurare il progresso di una società».Anche
                questa biografia collettiva vuole essere un termometro, per misurare lo stato di salute di una letteratura al femminile in grado di non parlare solo
                del proprio ombelico, di batticuori, erotismo e isterismo. Alle autrici è stato di affrontare tematiche sociali, «di uscire da se stesse, da un intimismo di maniera, per raccontare storie dove l’autobiografismo si mescola alla finzione, il personale diventa universale». Quasi un richiamo ad uno degli slogan della seconda ondata del femminismo: «Il personale è politico».

                Il rischio di questa “sperimentazione rappresentativa” è quello di cadere nella categorizzazione, di raccontare quelle «Donne-Tipiche» demonizzate da Patrizia Caffiero in Di che sesso sei? e opposte al «Maschilista estremista» in un’impossibile «Utopistica Grande Riconciliazione dei Sessi». Funzionano, meglio dei discorsi vetero femministi, le prove più brillantemente ironiche come Un libro ti salva
                la vita di Nadia Terranova o narrativamente dense e stilisticamente ritmate come Bruno di Barbara Delfino.

                  In questo coro di voci si respira un’aria comune, intravedendo talvolta anche un comune orizzonte lessicale e formale. I sentimenti sono
                  presenti, ma non come semplici declinazioni dell’amore; sono soprattutto sentimenti di esistenza e di resistenza, anche fisica, alla precarietà.
                  Se si volesse provare a tracciare una biografia sintetica delle autrici ne verrebbe fuori un elenco dei lavori più disparati e a breve termine, da
                  far concorrenza alle esperienze de Il mondo deve sapere di Michela Murgia: stagista, interprete, traduttrice, assistente sociale, correttrice
                  di bozze, cameriera, promoter, volontaria, skipper, sceneggiatrice, assistente di produzione, blogger, disoccupata. Resistenza emozionale, in
                  secondo luogo, di un entusiasmo che sopravvive, a volte, nonostante tutto, come l’erbaccia ai giardini pubblici, o ifunghi che spuntano nella
                  città di Marcovaldo.Velenosi e inquinati, ma che rappresentano pur sempre un miracolo. Resistenza intellettuale, infine, alla fatica di dover
                  sempre dimostrare di valere qualcosa oltre l’apparenza, la “bella presenza” spesso richiesta. Come nel racconto che chiude il libro, Poco importa di Grazia Verasani, la sfida è tra etica e politica: una ribellione dell’intelligenza ai compromessi, alla connivenza con la corruzione, all’uso del proprio corpo per arrivare là dove la meritocrazia non premia.