63° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani

Dipartimento Politiche Globali

10 dicembre 2011:

63° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani

63 anni fa, a Parigi, i 58 rappresentanti degli Stati allora membri dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, riuniti nell’Assemblea Generale, approvarono questa Dichiarazione con 48 voti a favore, 8 astensioni e 2 assenze.

Ci vollero altri 28 anni per passare dalla Dichiarazione, non vincolante, ad una Convenzione internazionale. In realtà, gli Stati membri non vollero un’unica Convenzione Internazionale, e quindi se ne produssero e se ne approvarono due, quella per il riconoscimento dei diritti politici e civili e quella per il riconoscimento dei diritti economici, sociali e culturali. Entrambe approvate dall’Assemblea Generale dell’ONU nel 1966, ma entrate in vigore solamente nel 1976, dopo le necessarie ratifiche degli Stati membri, passati nel frattempo, da 58 del 1948 ai 147 (oggi sono 192 gli Stati membri).

La storia della Dichiarazione, dei suoi principi e ideali, delle sue diverse interpretazioni ed evoluzioni nel sistema del diritto internazionale, come della sua applicazione nei rapporti tra stati e cittadini, si intreccia con la storia recente dell’umanità; la fine del secondo conflitto mondiale e del colonialismo, la guerra fredda, la nascita dei nuovi stati indipendenti.

Nata come impegno delle potenze che sconfissero il nazi-fascismo e come ideale “da raggiungere per tutti i popoli e per tutte le nazioni”, come recita il preambolo, la Dichiarazione, dai suoi primi passi, ha avuto difficoltà a rappresentare il punto di vista di quelle Nazioni e di quelle culture liberatesi dal colonialismo, negli anni sessanta e settanta del secolo scorso, come pure ha incontrato le resistenze e gli ostacoli degli stessi Stati occidentali che l’hanno partorita. Un percorso ed una vita difficile, perché i suoi principi, i suoi ideali ed i suoi articoli chiedono comportamenti e decisioni politiche coerenti, responsabili e cogenti.

L’esempio, a noi più vicino, è quello dei diritti del lavoro che fanno parte, a pieno titolo, della famiglia dei diritti umani, come descritto già allora, nel 1948, dall’Articolo 23 della Dichiarazione (*). Ad una semplice lettura non può sfuggire quanto l’ideale di pieno raggiungimento per popoli e nazioni, scritto ed approvato dai capi di stato ben sessantatre anni or sono, sia lontano dalla pratica e dalle tendenze dell’attuale sistema economico globale e dalle risposte che il sistema sta dando alla crisi stessa. La stessa inestimabile azione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, agenzia tripartita delle Nazioni Unite preposta alla emanazione e promozione delle norme internazionali del lavoro, è stata messa in discussione dalle politiche neoliberiste del libero mercato e della deregolazione.

Indivisibilità, interdipendenza, cogenza dei diritti umani stabiliti in questa Dichiarazione sono ancor oggi una conquista universale da tradurre nell’impegno quotidiano di ogni singola persona e di ogni singola istituzione.

Per il sindacato, per la CGIL, questa è la strada.


(*) Dichiarazione Universale dei Diritti Umani
Articolo 23
      1.Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione.
      2.Ogni individuo, senza discriminazione, ha diritto ad eguale retribuzione per eguale lavoro.
      3.Ogni individuo che lavora ha diritto ad una remunerazione equa e soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia un’esistenza conforme alla dignità umana ed integrata, se necessario, ad altri mezzi di protezione sociale.
      4.Ogni individuo ha il diritto di fondare dei sindacati e ad aderirvi per la difesa dei propri interessi.

Danilo Barbi

Segretario Confederale

Resp. Dipartimento Politiche Globali