“40mila” Rimane un’occasione perduta (2)

12/10/2005
    martedì 11 ottobre 2005

    Pagina 26/27 – Cultura

    la svolta
    14 OTTOBRE 1980 – LA MARCIA DEI QUARANTAMILA

      LE RIPERCUSSIONI ECONOMICHE

        Rimane
        un’occasione
        perduta


          Giuseppe Berta

            CI volle del tempo perché il 1980 venisse percepito come un anno di svolta per l’economia italiana. Nell’immediato, dopo l’80 il ciclo economico scese, come testimoniano le cifre del Pil: dal 3,5% dell’anno della «marcia dei quarantamila» si precipitò allo 0,8% del 1981 e all’ancor più modesto 0,6% dell’anno successivo. Quindi il tasso di crescita avrebbe ripreso a salire: da un soddisfacente 2,8% del 1984 si raggiunse il livello record del 3,9% nel 1988, anno in cui le imprese facevano registrare alcuni dei risultati più significativi delle loro serie storiche. Insomma, gli anni ottanta divennero quel periodo di espansione nello sviluppo della ricchezza che è rimasto nella memoria degli italiani soltanto verso la metà del decennio, quando fu chiaro a tutti che il Paese era tornato nel solco della prosperità e le aspettative erano di nuovo in aumento.

              L’intervallo ormai lungo che ci separa da quel periodo tende ad accentuare il senso di distanza, a vantaggio dell’immagine di un’Italia ormai tramontata da anni. Alcuni giudicarono allora che le cose non fossero mai andate così bene da noi dai tempi del «miracolo economico». Un osservatore recettivo come pochi ai segni di cambiamento, Francesco Alberoni, si spinse a sostenere che l’Italia conosceva un «nuovo Rinascimento». L’espressione era enfatica ed ebbe gioco facile a rimbeccarlo per i suoi entusiasmi Luigi Pintor che, dalle colonne del Manifesto, criticò con l’arma dell’ironia l’ottimismo del sociologo milanese. Ma la ragione stava più dalla parte degli ottimisti, di coloro che segnalavano come crescesse il tono del Paese, rilevando i lineamenti di una società dinamica, attiva nel generare nuova ricchezza e vogliosa di redistribuirla. Il tratto più degno di nota era che le periferie dell’Italia si saldavano ai suoi centri e ai suoi capisaldi: dai fondali del sommerso affioravano in tutta la loro forza i distretti industriali, congiungendosi al rilancio delle grandi imprese.

                Gli anni ottanta rappresentano, in fondo, l’ultima fase importante della nostra storia industriale che può essere raccontata attraverso i prodotti italiani di successo, affermatisi su scala generale. Basta elencare la «Uno» in campo automobilistico, la vettura che ebbe la più larga fortuna a livello europeo; l’M24 della Olivetti, il personal computer che si impose persino in America; gli abiti che recavano le griffe di Armani e di Valentino e proiettavano lo stile italiano nel mondo. Dietro questi prodotti c’erano le grandi imprese: la Fiat, al massimo della sua forza, che si disputava di mese in mese il primato sui mercati europei, testa a testa con la Volkswagen; la Olivetti, che aveva ritrovato la via dell’informatica e dell’innovazione; il Gruppo Finanziario Tessile che Marco Rivetti aveva riscattato dal declino dell’industria dell’abbigliamento tradizionale. Ma c’era, soprattutto, l’intero sistema delle imprese, di nuovo capace di operare all’unisono, mediante le filiere della subfornitura e le reti territoriali dei distretti, che sostenevano robustamente il ritmo di marcia dell’economia.

                  Quale legame univa questa realtà in movimento ai 35 interminabili giorni della lotta alla Fiat, finiti con quella che la politologa americana Miriam Golden ha definito una delle grandi «sconfitte eroiche» della classe operaia? Più che altro il fatto che la stagione dell’alta conflittualità nelle fabbriche, durata oltre dieci anni, si era conclusa mettendo capo a un rilancio del ruolo dell’impresa, in specie sotto il profilo simbolico. La caduta del conflitto si era accompagnata alla liberazione di un cumulo di energie che, nelle varie organizzazioni aziendali, erano state sepolte e occultate dalla contesa fra lavoro e capitale. La nuova fase aveva infranto l’involucro di opacità che era sceso sulle imprese, in particolare le maggiori, nel periodo così avaro di risultati degli anni settanta e aveva ridato smalto all’iniziativa di chi attendeva il momento giusto per innovare. In quel frangente, imprenditori e manager tornavano a pensare in grande e a gettare lo sguardo fuori dei confini: la Fiat dialogava con la Ford per un’intesa da cui sarebbe potuto nascere un colosso europeo dell’auto; la Olivetti si alleava con la statunitense At&T; la Pirelli progettava di assorbire in una fusione la tedesca Continental. Intanto, al prestigioso Massachusetts Institute of Technology di Boston si studiava il modello dei distretti produttivi italiani per capire se fosse esportabile, in modo da contrastare quello che sembrava lo spettro della deindustrializzazione incombente sull’America.

                    Poi andò come sappiamo, con la crisi finanziaria dei primi anni novanta e Tangentopoli, sicché viene ora da chiedersi se fosse vera gloria quella goduta dall’economia italiana. Che cosa mancò perché il successo si potesse consolidare? Mancò la virtù, nel senso che Machiavelli diede alla parola, cioè non ci fu la capacità strategica di investire sui tempi lunghi, magari rinunciando a un po’ di vantaggi immediati. E non fummo sorretti da quell’incrocio virtuoso fra economia, istituzioni e politica che non si è mai realizzato nell’Italia repubblicana. È per questo che un bravo economista come Michele Salvati ha rubricato quel decennio nel catalogo delle occasioni perdute della nostra storia.