“40mila” E cominciò la frantumazione dei partiti(5)

12/10/2005
    martedì 11 ottobre 2005

    Pagina 26/27 – Cultura

    la svolta
    14 OTTOBRE 1980 – LA MARCIA DEI QUARANTAMILA

      LE CONSEGUENZE POLITICHE

        E cominciò
        la frantumazione
        dei partiti

        Giovanni De Luna

          PER tutti si trattò di un episodio tipicamente torinese. C’era stata una resa dei conti tra il sindacato e la Fiat e il sindacato aveva subito una sconfitta rovinosa, sancita dalla silenziosa marcia dei 40 mila. In più, c’era l’inedito protagonismo dei quadri intermedi, dei dirigenti, degli impiegati; non più "gelatina" come li aveva definiti il maestro di Gobetti, Augusto Monti, ma soggetti capaci di una propria autonoma mobilitazione. In realtà, proprio la provenienza sociale dei 40 mila era la spia di un sommovimento molto più generale che aveva investito le strutture profonde della società italiana. Le dimensioni tragicamente vistose del terrorismo (per restare alla Fiat, tra il 1975 e il 1980 furono 16 i dipendenti Fiat colpiti in azioni terroristiche) e l’accentuarsi della conflittualità in fabbrica oscurarono le proporzioni reali di questo cambiamento.

          Di fatto, sulle macerie della grande utopia egualitaria dei primi anni ’70 cominciarono allora ad affermarsi comportamenti e scelte di segno opposto le cui radici affondavano nella sfera dell’economia, in particolare nella ristrutturazione della grande impresa intrecciata con le tendenze al decentramento di molte lavorazioni e di alcuni settori di attività produttiva. L’incremento vertiginoso delle classi medie (dal 38,5% della popolazione attiva del 1971 passarono al 46,4% del 1983) fu il risvolto sociale di questo scenario economico. Soprattutto al Nord le classi medie urbane diventarono il settore nevralgico della società italiana. In questa ottica, la sconfitta operaia dei "35 giorni" della Fiat appare oggi come il prologo di una vicenda che si sarebbe chiusa con il referendum del 9-10 giugno 1985 che avrebbe abrogato la scala mobile.

          La società italiana cominciava a modellarsi secondo tratti tipicamente postnovecenteschi, il sistema politico no. Alle elezioni politiche del 20 giugno 1976 vinsero in due, la DC e il PCI; la prima ottenne il 38, 79% dei voti, confermandosi il partito di maggioranza relativa, il PCI consolidò il successo delle amministrative del 1975, toccando il record assoluto del 34,4%. Il voto comunista aveva un significato trasparente: nel PCI si sceglieva l’alternativa più coerente all’"occupazione democristiana del potere"; i suoi elettori erano i sostenitori del "processo al Palazzo" auspicato da Pasolini. Altrettanto chiaro era il significato del voto alla DC.

          L’allarme delle amministrative del 1975 non era suonato invano;"turandosi il naso", come invitò a fare Indro Montanelli, l’Italia anticomunista si scoprì ancora una volta tutta democristiana. Era un quadro molto nitido e per una volta l’elettorato si era espresso fuori da ogni ambiguità: dal 21 giugno 1976 sarebbe stato compito dei due partiti tentare di rendere concreti gli effetti di quel voto, uno al governo, l’altro all’opposizione. DC e PCI decisero invece di governare insieme, avviando la breve stagione della "solidarietà nazionale". Quali che ne fossero le motivazioni (c’era una reale emergenza terrorismo) fu una scelta gravida di conseguenze. Azzerando ogni congruenza tra i desideri della propria base elettorale e gli atti posti in essere per realizzarli, i due partiti introdussero elementi di falsa coscienza in un percorso che aveva soprattutto bisogno di chiarezza. Cominciò a delinearsi allora quella "separatezza" tra sistema politico e società che sarebbe sfociata nella frantumazione dei partiti della Prima repubblica.

          Tra i settori sociali emergenti, molti percorsi di promozione e di mobilità verso l’alto, avvenivano ora all’insegna di un dinamismo che i partiti non riuscivano più a intercettare. Il referendum sull’aborto del 17 maggio 1981 rappresentò per la DC lo stesso segnale che avrebbe rappresentato per il PCI quello sulla scala mobile. Allora il 70% degli italiani votò il rifiuto dell’abrogazione della legge che legalizzava l’interruzione volontaria di gravidanza. Quella separatezza (che coinvolgeva l’intero sistema dei partiti e non solo i due maggiori) era destinata ad accentuarsi nel decennio successivo; per tutti gli anni ’80, i partiti, rinunciando a determinare la politica nazionale (come recita il testo della Costituzione) si specializzarono progressivamente nella funzione di determinare i politici, ossia di scegliere le persone da distribuire negli infiniti incarichi pubblici -governativi, assessorili, sanitari, bancari, parastatali, pararegionali, ecc..- che lo sviluppo dello stato sociale aveva creato a loro vantaggio; un percorso all’interno del quale erano presto destinati a diventare semplici "aggregati instabili di detentori di cariche pubbliche", rinchiusi all’interno del circuito consenso-istituzioni- denaro pubblico.

          Nel 1979, un anno prima del corteo dei 40 mila, alle elezioni europee si era presentata la Liga veneta. Fu un segnale, ma nessuno se ne accorse.