“40mila” Benvenuto: «Puntavamo su un pareggio» (4)

12/10/2005
    martedì 11 ottobre 2005

    Pagina 26/27 – Cultura

    la svolta
    14 OTTOBRE 1980 – LA MARCIA DEI QUARANTAMILA

      INCONTRO CON IL SINDACALISTA CHE AVEVA DICHIARATO: «O MOLLA LA FIAT O LA FIAT MOLLA»

        Benvenuto: «Puntavamo su un pareggio
        Grazie alla marcia la Fiat vinse ai rigori»

        UN quarto di secolo fa, un’altra era. Quella in cui di fronte a un muro compatto di migliaia di lavoratori convinti di essere una classe – anzi la classe – il segretario della Uil, l’allora quarantenne Giorgio Benvenuto, poteva urlare con voce acconciamente roca: «Ci sono solo due strade per uscire da questa vertenza: o molla la Fiat o la Fiat molla». Era il 10 ottobre del 1980. La battaglia contro i licenziamenti prima e la cassaintegrazione poi stava dominando la fabbrica e la città da un mese; quattro giorni più tardi la marcia dei 40 mila capi Fiat avrebbe dato il colpo di grazia alla lotta operaia. E ancora oggi nelle parole del deputato dell’Ulivo Giorgio Benvenuto si insinua un tormento, una sofferenza per un «passato che non passa».

          Il 14 ottobre la protesta dei capi Fiat parte in sordina, lievita, gonfia, deborda nelle strade. Come ci è rimasto quando l’ha saputo?

            «Ero a Roma all’hotel Boston, come al solito per trattare con la Fiat. Stavamo lì perchè l’azienda non voleva la mediazione del ministro Foschi che aveva accettato la cassa a rotazione».

              D’accordo siete lì e che cosa succede?

                Che la delegazione dell’azienda tarda. Con Lama e Carniti ci insospettiamo. Poi arriva Romiti e salta tutto».

                  Salta che cosa?

                    «La notte prima avevamo raggiunto una ipotesi di intesa che comprendeva anche una parte non irrilevante di cassa integrazione a rotazione come chiedeva il sindacato».

                      Perchè non avete firmato?

                        «Era notte; non si sapeva come l’avrebbero presa i lavoratori. Abbiamo voluto aspettare l’indomani».

                          Torniamo a quella mattina al Boston: Romiti è più forte perchè i “suoi” quadri sono in strada. Fa saltare il banco. Ma voi non avevate previsto nulla? Non avevate avuto il dubbio che la lotta stesse logorandosi?

                            «Era chiaro che nell’ultima settimana si incominciava a non reggere: per tenere i picchetti erano arrivati a Torino lavoratori dall’Emilia, dalla Lombardia. Però no, non avevamo capito quello che è accaduto il 14. E abbiamo fatto l’errore di non stringere sull’accordo possibile appena il giorno prima, quando l’azienda voleva assolutamente chiudere. Il giorno dopo, ovviamente, al Ministero la Fiat rifiuta la rotazione, il fronte si è rovesciato e facciamo quell’accordo che rappresenta la prima sconfitta dal ‘69».

                              Pesante come sconfitta. A Torino ci sono centinaia di persone che ne hanno avuto la vita condizionata se non sconvolta. Il sindacato contro la Fiat in Italia, i minatori di Scargill contro la Teatcher quattro anni più tardi in Gran Bretagna sono i simboli che hanno inaugurato il decennio del liberismo selvaggio, di quello che un comico definiva l’edonismo reaganiano. Almeno qui non si poteva evitare?

                                «Io, gli altri segretari confederali, ma anche Trentin, Sabattini volevamo fare l’accordo. Il sindacato era già riuscito a trasformare i 14 mila licenziamenti iniziali – quando avevamo con noi tutta la città – in 23 mila cassintegrati. Abbiamo tentato di cambiare le forMe di lotta trasformando il blocco totale in scioperi articolati. Ma il Consiglione di Mirafiori ha detto no. E poi la Fiat ha fatto una cosa terribile e scorretta».

                                  Quale?

                                    «Ha pubblicato le liste dei cassaintegrati. E si sa: chi c’era era disperato, chi no era solidale, ma si sentiva salvo».

                                      Andiamo avanti: il 14 i quadri sfilano, il 15 firmate, l’assemblea allo Smeraldo del potente e temuto Consiglione la respinge tra urla e insulti, il 16 in una mattina piovosa e disperata andate a Mirafiori. L’intesa bene o male passa, ma i lavoratori sono sfiancati e depressi. Un momento duro vero?

                                        «Io e Lama ce la caviamo, parliamo nelle assemblee, ma Carniti viene maltrattato. E’ stato drammatico perchè – come spesso accade nella sinistra, sul modello della terza internazionale – se si perde si cerca il traditore anzichè cercare di capire perchè è accaduto».

                                          «Lei era un giovane leader, del sindacato più piccolo dei tre. Eppure di quella storia, nella memoria collettiva, è rimasto quell’enorme comizio a Mirafiori quando lei assicurò: o molla la Fiat o la Fiat molla. Ma perchè disse una frase come quella?

                                            «La notte prima dello sciopero generale, durante il quale parlai a Mirafiori e dissi quelle parole, ero stato ai cancelli. I lavoratori mi offrivano i dolci fatti dalle mogli, il vino delle loro terre. Erano disperati perchè erano venuti a Torino per lavorare e ora temevano di dover tornare indietro. Avevo il cuore gonfio. E quella frase la ridirei: non si possono preparare i tuoi alla sconfitta».

                                              In quel momento pensava ancora di vincere?

                                                «Pensavo al pareggio. Poi al novantunesimo la Fiat ha segnato il rigore, con i capi per strada, e allora è finita come è finita».

                                                [m.cas.]