40 anni trascorsi in difesa dei più deboli

21/05/2010

Ricorre il quarantesimo anniversario dello statuto dei lavoratori. Una data importante della repubblica. Per spiegare quel che è stato si può muovere da una riflessione di Bruno Ugolini in un sito della rete, Paperblog. Per capire a cosa mirasse «quello statuto dei lavoratori che oggi il centrodestra vorrebbe riscrivere, capovolgendone il significato, è bene ricordare come erano allora i luoghi di lavoro. Erano officine dove era proibito parlare di politica o raccogliere adesioni al sindacato e dove si creavano reparti confino per chi sgarrava. I lavoratori…potevano essere licenziati….con un cenno della mano…» Il sindacato fuori dalle officine.
Le lotte del biennio 68-69 indirizzate contro tale sopraffazione, avevano portato migliaia di lavoratori davanti ai tribunali per occupazioni, scioperi improvvisi, resistenza, picchetti, cortei interni. Da molte parti, nel sindacato, nei partiti, in parlamento si cercava una soluzione. Giacomo Brodolini, il ministro del lavoro, già esponente sindacale, socialista, riuscì a far approvare uno schema al consiglio dei ministri, presieduto da Mariano Rumor, democristiano. Era giugno. In luglio Brodolini, malato in modo irrimediabile, moriva in una clinica svizzera. Aveva però lasciato la legge che il successore, Carlo Donat Cattin, non avrebbe tradito. La Camera approvò in via definitiva e il 20 maggio 1970 la legge 300 era in vigore.
La sinistra era contrariata, tanto che Pci e Psiup si astennero nel voto finale. La legge 300 era troppo e troppo poco. Non tutelava i lavoratori delle imprese minori e dava troppi poteri al sindacato. L’idea stessa di una legge «ingessava» le lotte. Nelle fabbriche però solo i «gruppi» come Lotta Continua erano contro la legge. In parlamento l’astensione della sinistra rispondeva poi alla scelta di non dare mai ragione al governo: il compito di ogni opposizione.
La legge, al titolo primo, sanciva «Libertà e dignità del lavoratore», mettendo, per esempio, limiti precisi alle guardie giurate, agli impianti audiovisivi, alle visite di controllo e a tutto il resto che faceva del lavoratore una persona in balia del padrone. L’articolo dieci tutelava per la prima volta i lavoratori-studenti.
Il titolo secondo riguarda invece la «Libertà sindacale». E’ garantito il diritto «di costituire associazioni sindacali, di aderirvi e di svolgere attività sindacale… all’interno dei luoghi di lavoro». Poi c’è il divieto degli atti discriminatori e all’articolo 17 è scritto a chiare lettere il divieto «ai datori di lavoro» di costituire o sostenere «sindacati di comodo». E poi si arriva all’articolo 18, il famoso articolo 18, oggetto di due referendum. Con esso «il giudice con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo…. ordina al datore di lavoro…. di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro». Questo vale per le imprese con più di quindici addetti o più di cinque in agricolatura; non per gli altri.
Contro l’articolo 18 si muove una campagna decennale. Il non poter licenziare, anzi l’obbligo di reintegro di un lavoratore sgradito al padrone è davvero intollerabile per il padrone stesso e per chi lo sostiene, nell’accademia e nei giornali. Così nel 2000 i radicali arrivano a proporre un referendum, che però non raggiunge il quorum: vota solo il 33% degli aventi diritto, ma due terzi dei votanti votano contro la proposta radicale: quasi dieci milioni di cittadini vogliono comunque conservare l’articolo 18, che ormai è un baluardo del sindacato e dei diritti.
Sono anni difficili. La tappa successiva è la manifestazione del 23 marzo 2002 al Circo Massimo di Roma. Partecipano milioni di cittadini, molti dei quali non hanno niente da guadagnare dall’articolo 18, ma sentono che si tratta di difendere la libertà e la democrazia di tutti. E la manifestazione di Sergio Cofferati, della Cgil. Anni dopo, tornando al Circo Massimo, nell’aprile del 2009, il successore di Cofferati alla Cgil, Guglielmo Epifani, ricorderà che si era trattato allora di difendere «i diritti dei lavoratori, tutti i lavoratori, e rispondere insieme alla follia disumana del terrorismo».
Nel 2003 un altro referendum, questa volta per allargare i diritti a tutti lavoratori, anche a quelli delle imprese minori, non tutelati. Vota il 26% degli aventi diritto e per l’87% è favorevole all’allargamento. I Ds non vanno a votare, proprio come farà qualche anno più tardi il cardinal Ruini.