35 ore: aveva ragione Bertinotti?

11/09/2001


Inserto di Lunedì 10 settembre 2001

LAVORO Sorpresa: l’esperimento francese sta dando buoni risultati: più posti e produttività

35 ore: aveva ragione Bertinotti?


Guidi (Confindustria): «Introdurle oggi sarebbe estremamente dannoso, così come sarebbe stato dannoso farlo con il governo Prodi. Certo, la tendenza è avere più tempo libero»

      G iù i disoccupati. Su la produttività. Maggior tempo libero per fare spese e viaggiare. A leggere il rapporto che Charlotte Thorne ha realizzato sulle conseguenze della riduzione dell’orario di lavoro in Francia (vedere Corriere Economia del 3 settembre) viene spontaneo pensare che il segretario di Rifondazione comunista Fausto Bertinotti avesse ragione quando impose le 35 ore per chiudere la prima crisi del governo Prodi. A distanza di qualche anno qualcuno nel mondo industriale, vedendo quei dati così positivi, ha forse cambiato idea? «Ma neanche per sogno, sulle 35 ore ho delle idee chiarissime da sempre – dice Guidalberto Guidi, consigliere incaricato di Confindustria per le relazioni industriali -. Quanto alle notizie francesi, ho la sensazione che siano un tentativo di dare una giustificazione di puro stampo politico». Era il 14 ottobre del 1997 quando, forte di un accordo su un disegno di legge che introducesse le 35 ore settimanali a partire dal primo gennaio 2001, Bertinotti diede il via libera alla Finanziaria risolvendo la crisi politica. Un progetto osteggiatissimo da Confindustria e che si è poi perso per strada. Oggi che si vedono i risultati della Francia, e che anche in Germania (con l’intesa Volkswagen) l’argomento trova spazio, è possibile riaprire la discussione in Italia? A sentire le reazioni, no. «Quando ho iniziato a lavorare, trent’anni fa, si stava in ufficio anche il sabato mattina – ricorda Guidi -. Poi si è visto che a un certo punto non si ricevevano più telefonate, che non c’erano appuntamenti, e la mattinata lavorativa del sabato si è sfilacciata. In un futuro più o meno prossimo penso che capiterà anche con il venerdì pomeriggio, già adesso c’è questa tendenza in alcuni Paesi. Ma bisogna vedere quando noi potremo permettercelo – prosegue il consigliere incaricato di Confindustria -. Oggi penso che sarebbe estremamente dannoso, così come lo ritenevo dannoso quando il tema venne alla ribalta con il governo Prodi». C’è un punto dal quale, secondo Guidi, infatti, non si può scappare: «Mantenere il salario riducendo l’orario di lavoro produce matematicamente un aumento del costo del lavoro». Cioè, proprio quello che secondo Confindustria non possiamo permetterci: «Tutta l’Europa ha un problema di competitività e dentro l’Europa lo ha l’Italia in particolare: l’emergenza è la riduzione del costo del lavoro. Forse ci sono aziende singole o certi tipi di lavori dove può essere che una soluzione come questa possa anche contare – conclude Guidi – ma ho molte perplessità a sostenere che la riduzione dell’orario a 35 ore porti gli effetti sull’indotto che si dicono».
      Se il no degli industriali è, come sempre, netto, questo vale anche per i commercianti, che erano contrari prima e sono contrari oggi. In Francia – dove comunque non mancano i problemi e dove in questi giorni si discute sull’estensione più morbida delle 35 ore alle piccole imprese – si dice che la riduzione dell’orario di lavoro ha ridato vitalità ai centri cittadini, ai danni della grande distribuzione. E che ha dato grande impulso all’industria del tempo libero. Buone notizie? «Eviterei interpretazioni di questo tipo – dice Marco Venturi, presidente di Confesercenti -. Italia e Francia hanno problematiche diverse. Da noi la piccola distribuzione è più vitale, mentre in Francia ha una diffusione maggiore la grande distribuzione. Le 35 ore – prosegue – non sono un elemento di soluzione dei problemi. Tanto è vero che anche l’Italia ha avuto un calo della disoccupazione senza aver introdotto questo provvedimento. Anziché ridurre l’orario, noi dobbiamo puntare sulle infrastrutture, dove siamo indietro in maniera enorme, soprattutto al Sud, e mettere le imprese nelle condizioni di fare investimenti».
      Sulle differenze tra Italia e Francia si ferma anche il presidente di Confcommercio, Sergio Billè. «L’esperimento francese è senza dubbio interessante, ma ha potuto essere realizzato perché, in questo paese, il mondo dell’economia opera in un particolare contesto, sicuramente diverso dal nostro – dice Billè -. Intanto, l’Italia deve ancora recuperare un notevole gap di produttività e di concorrenzialità con gli altri mercati, europei e non. Poi, in Francia sono di gran lunga più sviluppati i sistemi di qualificazione e di formazione del personale che consentono una maggiore fungibilità compensando gli orari più brevi. Infine, sarebbe difficile conciliare le riduzioni di orario con le logiche di estensione dell’apertura degli esercizi commerciali, che in Italia sono in numero assai maggiore. E non è comunque un caso – conclude – che l’esperimento francese non abbia trovato sbocchi negli altri Paesi europei attestati su orari settimanali che vanno dalle 40 ore dell’Austria alle 48 ore di Germania e Olanda».
Maria Silvia Sacchi


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