30 novembre, sciopero generale

28/10/2004

              giovedì 28 ottobre 2004

              30 novembre, sciopero generale
              Stop di 4 ore dei lavoratori. Cgil, Cisl e Uil: contro la Finanziaria, per lo sviluppo

              Felicia Masocco


              ROMA Si farà martedì 30 novembre il quinto sciopero generale contro il governo Berlusconi. È il secondo dall’inizio dell’anno ed è la risposta di Cgil, Cisl e Uil ad una manovra economica giudicata «iniqua e sbagliata», «inadatta» a far fronte alla crisi del paese e a mettere le basi per una prospettiva di sviluppo. Lo stop sarà di quattro ore per tutte le categorie e sarà articolato su base territoriale. Per lo stesso giorno si fermerà anche l’Ugl, il sindacato vicino ad An, e uguale minaccia viene dalla Cisal. Il 3 dicembre toccherà invece alla Cub, la confederazione dei sindacati di base.

              La manovra economica è da cambiare, la mobilitazione del mondo del lavoro chiede questo. Le confederazioni dicono che il ricorso alla più pesante delle forme di lotta si è imposto per «l’indisponibilità e l’insensibilità» del governo a prendere in considerazione le ragioni della vasta platea di cittadini che il sindacato rappresenta. È come se non ci fossero. Se il ministro dell’Economia avesse mantenuto l’impegno di convocare i due tavoli, le due sedi confronto con le parti sociali sulla politica dei redditi e la competitività, Cgil, Cisl e Uil avrebbero detto che il taglio delle tasse con il quale il premier si ripropone di imbonire l’elettorato, non solo non è opportuno in una fase come questa, ma è anche iniquo. Perché cancella il criterio della progressività della tassazione e, fatti due conti, finisce per premiare i redditi alti e molto alti «mentre si diffonde una preoccupante riduzione del potere d’acquisto dei redditi medio bassi». Per questo il Welfare va mantenuto e non smantellato. E bisogna investire sul Mezzogiorno.


              Ma quei tavoli non ci sono, come non ci sono mai stati neanche gli undici tavoli promessi l’anno scorso dopo il Dpef. «Un’occasione sprecata», «il governo ha costretto il movimento sindacale ad una risposta di mobilitazione unitaria», dice Pierpaolo Baretta segretario confederale della Cisl. Il sindacato di Pezzotta è sempre stato il più riluttante ad agitare lo spettro della lotta senza prima aver praticato la via del confronto. Ora anche la Cisl è convinta, lo sciopero ha avuto una gestazione lunga, ma è unitario. E questo è l’altro aspetto importante della mobilitazione.


              Dopo l’appuntamento mancato con Confindustria, alla metà di luglio, quando la Cgil lasciò viale dell’Astronomia perché la stavano mettendo davanti al fatto compiuto sulla revisione del modello contrattuale, sono state settimane e mesi di gelo tra Epifani, Pezzotta e Angeletti. Il governo li ha rimessi insieme anche se ancora qualche giorno fa il sottosegretario Maurizio Sacconi si diceva convinto che Cisl e Uil non avrebbero fatto scioperi «politici». Il fatto è che a questo esecutivo i sindacati piacciono soltanto divisi come insegnano le vicende dell’articolo 18 (derubricato finanche da Confindustria che ha lasciato solo il ministro Maroni ad insistere sui licenziamenti facili) o il Patto dell’Italia, cui un emendamento di Forza Italia (fatto proprio dal premier) ha dato il colpo di grazia proponendo che il taglio delle tasse venga finanziato anche con i 750 milioni di euro che dovrebbero servire per la riforma degli ammortizzatori sociali.


              Lo sciopero non è politico, con buona pace di Sacconi poggia su una piattaforma espressione del più tradizionale dei metodi sindacali. Poco meno di tre pagine zeppe di buone ragioni per scioperare, e di proposte con annesse indicazioni di finanziamento.


              La dialettica tra i sindacati ha avuto uno sbocco unitario, «è importante che ci sia un giudizio comune di Cgil, Cisl e Uil di critica forte alla Finanziaria e alle scelte del governo – commenta il leader della Cgil Guglielmo Epifani -. È importante che insieme indichiamo le nostre proposte per cambiare le scelte della manovra e naturalmente è importante che ci sia stata una convergenza nell’indicare questo sciopero generale». La decisione di oggi «premia la determinazione nella ricerca di un consenso unitario e questo rende il sindacato tutto e i lavoratori più forti». Un «buon documento» anche per Baretta «una convergenza di livello – lo definisce – che non indugia solo sugli aspetti negativi della manovra, ma insiste sulla necessità di scegliere come Paese una linea che metta insieme rigorosamente risanamento e sviluppo». Far sentire la voce dei lavoratori e dei pensionati «è l’unica strada», per il segretario generale aggiunto della Uil Adriano Musi. «Credo che sarà uno sciopero molto partecipato perché il livello di insoddisfazione delle persone rispetto al reddito, al potere d’acquisto e alla possibilità dei giovani di avere un lavoro di qualità e non precario è molto alto».


              Sono tutti convinti, tranne Sacconi: «Lo sciopero per la sua natura preventiva, si iscrive nella logica del conflitto pregiudiziale proprio della Cgil, che finirà inevitabilmente per egemonizzarlo», afferma il sottosegretario in modo un po’ irrispettoso verso Cisl e Uil. Quanto al ministro Maroni, sceglie la linea dura: «Lo sciopero non bloccherà la Finanziaria». Insomma, il governo indisponibile era e indisponibile resta.