1994-2003: E’ tutta un’altra cosa

01/10/2003


01 Ottobre 2003

analisi
Pierluigi Battista

1994-2003
E’ tutta un’altra cosa


Cofferati che allora riempiva i cortei ora lavora a Bologna
Buttiglione che era pronto al patto della sardina con D’Alema ora fa il ministro

ATTENTI alla sindrome del ‘94. L’incubo del ‘94. Lo spettro del ‘94. La speranza del ‘94. La lezione del ‘94. Sarà per l’improvvisa fortuna della teoria vichiana dei corsi e ricorsi storici, o per la pigrizia mentale di chi pensa che la storia sia lo svolgersi monotono e ripetitivo del sempre eguale, oppure perché davvero il gioco delle analogie, dei precedenti, delle similitudini è talmente coinvolgente da non ammettere deroghe ed eventi confinati nella loro irripetibilità, fatto sta che l’evocazione del tema delle pensioni appare come la più convincente conferma che in questo autunno del 2003 non ci sia altro da fare che replicare puntualmente il copione del 1994. Il governo che si impicca sulla riforma delle pensioni. Le piazze che protestano. I sindacati alla controffensiva. La Lega, insofferente e malmostosa, che si sfila sul più bello. Berlusconi che vacilla, che indietreggia, che cade. Un incubo, per il centro-destra. Una dolce illusione cui aggrapparsi, per il centro-sinistra. Solo un’illusione, solo un fantasma, però. Perché le analogie non reggono, le similitudini appaiono fragili. In nove anni sono cambiate molte cose. Troppe, anche per chi crede ciecamente nella replica perfetta degli eventi storici.
Berlusconi, intanto. Nel ‘94 era il capo di una coalizione avventurosa e raccogliticcia, il federatore di uno schieramento frammentato e magmatico, rissoso, senza radici, immaturo. Il pur cospicuo tesoro elettorale berlusconiano, in autunno inoltrato, sembrava già non più spendibile nel gioco sottile e crudele dei palazzi. Riuniti con il premier in una oramai celeberrima cena a casa di De Benedetti, gli industriali avevano dato il via libera alla riforma delle pensioni architettata dal ministro Lamberto Dini, ma ai primi scricchiolii, alle prime piazze piene, Berlusconi venne lasciato solo. Bossi aveva già deciso di rompere e non voleva che un pretesto per sottoscrivere il patto della sardina da siglare con Rocco Buttiglione e Massimo D’Alema. Il presidente della Repubblica di allora, Oscar Luigi Scalfaro, era contro. Non sopportava l’inquilino di Palazzo Chigi, trattato sin dall’inizio come un abusivo, e fu il primo a chiedere con atto presidenziale di stralciare il tema delle pensioni dalla Finanziaria. Poi c’erano i magistrati all’attacco, gli avvisi di garanzia in arrivo, la rivolta del Pool milanese ai tempi del decreto Biondi perfettamente riuscita. Le piazze sindacali stracolme della gente chiamata da Sergio Cofferati furono solo la cornice tumultuosa di un declino inarrestabile, l’accompagnamento fragoroso al Berlusconi che oramai aveva imboccato l’ultimo corridoio prima del portone di uscita di Palazzo Chigi. Berlusconi aveva contro tutti, presidenti e toghe milanesi, poteri forti e giornali, sindacati e leghisti, ribaltonisti e industriali. E se ne andò, non prima di aver rinunciato alla riforma delle pensioni. Un trauma. Ecco perché ancora oggi, al solo parlare di pensioni e di sciopero generale proclamato dai sindacati, la mente corre alle analogie, al precedente, al film già visto.
La storia, però, è andata avanti. L’anno successivo all’orribile (o meraviglioso, a seconda dei punti di vista) epilogo della vicenda governativa berlusconiana, si fa la riforma delle pensioni col governo Dini, la maggioranza di sinistra e i sindacati frenatori sostanzialmente d’accordo. A rendere più incisiva e determinante quella riforma, poi, ci si mise prima il governo Prodi, imbrigliato però da Fausto Bertinotti e poi il governo D’Alema, stoppato con una certa ruvidezza dal sindacato di Cofferati. Cambia l’inquilino del Quirinale, con Berlusconi determinante nell’accordo che farà diventare presidente della Repubblica Ciampi. Si ricuce il rapporto del centro-destra con Bossi, rapporto sempre sull’orlo del terremoto, inquinato da lacrime e invettive, ma quando Berlusconi annuncia a reti unificate (Rai) che è arrivato il momento di rimettere mano alla riforma delle pensioni, la situazione appare del tutto differente da quella del ‘94. Altro che corsi e ricorsi della storia invocati da Giambattista Vico.
I sindacati sono combattivi e reattivi ma Cofferati è confinato a Bologna e tra la Cisl di Pezzotta e la Cgil di Epifani troppe ruggini si sono depositate per rendere smagliante e duratura la ritrovata unità d’azione anti-governativa. A Milano le toghe ostili al premier sono ibernate, impastoiate nei commi e nei codicilli del Lodo Maccanico che impediscono, per almeno un po’ di mesi, la spallata giudiziaria al capo del governo. Al Quirinale la dottrina della
moral suasion ha sostituito quella, propria del predecessore, dichiaratamente ed esplicitamente ostile al governo e soprattutto alla persona che lo guida. L’opposizione appare insicura e divisa sul tema delle pensioni, incerta se scatenare la guerra guerreggiata su un argomento a proposito del quale l’attuale leader ufficioso Romano Prodi nel famoso e fatidico 1994 si schierò apertamente (in compagnia di intellettuali tutt’altro che berlusconiani come Franco Modigliani e Paolo Sylos Labini) per una riforma ancora più drastica del sistema pensionistico. Gli industriali, anche se delusi e propugnatori di una svolta liberalizzatrice o semplicemente liberale dell’economia italiana, non si vorranno certo mettere di traverso a una riforma che, sia pur timida e tutt’altro che risolutiva, viene giudicata indispensabile, l’ultima spiaggia di un rapporto positivo con il governo su cui l’attuale presidente della Confindustria D’Amato ha puntato senza ottenere sinora risultati eclatanti. E la Lega? La Lega mugugna, si chiude a riccio nella difesa dell’«ultimo salvadanaio del Nord», come sono state ribattezzate le pensioni d’anzianità, ma tutto lascia pensare che Berlusconi abbia ottenuto il via libero da Umberto Bossi. Gli altri partner di governo vivono l’autunno del loro scontento, borbottano, implorano verifiche e rimpasti, ma non hanno sponde dall’altra parte e non dispongono di un altro tavolo su cui giocare, costretti a far quadrato attorno al leader ritrovato. In campo internazionale, inoltre, Berlusconi non è solo, gli altri Paesi europei, da Francia e Germania, hanno imboccato la stessa strada della riforma delle pensioni. Mentre nel ‘94 il rapporto tra Berlusconi e il resto del mondo era un percorso spinato, fatto di solitudine, diffidenza, ostilità.
Sono cambiate tante cose dal ‘94 al 2003. La storia, naturalmente, è un vaso pieno di sorprese e le traiettorie degli eventi politici non sono mai lineari e assoggettabili a pure formule matematiche e a complicati calcoli delle probabilità. Specie su un tema, quello delle pensioni, che tocca così da vicino la simbologia primaria degli italiani. Ma il 2003 non è il ‘94. E i corsi e i ricorsi è meglio lasciarli a Vico, grande ingegno che, a quanto risulta, non amava affatto le cose della politica.