1984-2002 Tutti in piazza

15/04/2002
La Stampa web






(Del 15/4/2002 Sezione: Economia Pag. 6)
la storia
Filippo Ceccarelli
1984-2002 Tutti in piazza

PIAZZA San Giovanni è sempre la stessa; e anche le manifestazioni sindacali, almeno nel ricordo, sembrano un po’ sempre le stesse, con i loro primati di folla. Così, pure quella volta si finì per definirla: «la più grande nella storia della Repubblica». Chi disse 600 mila, chi un milione. E comunque: cinquemila pullman, 36 treni speciali, quattro navi-traghetto, quattro cortei che attraversarono il centro di Roma, collegamenti con 68 radio private, il comizio di Luciano Lama trasmesso in diretta su Rai3, la regia del film affidata a Nanni Loy…
«ECCOCI!» IERI E OGGI
Prigionieri delle immagini, quando si pensa alla manifestazione organizzata nel 1984 dal Pci e dalla Cgil contro il decreto sulla scala mobile torna subito alla memoria quella di foto di Berlinguer che, lievemente intimidito, mostra la prima pagina dell’Unità con il titolone rosso: «Eccoci!». Eccoli, sì. Allora per il costo del lavoro e oggi per l’articolo 18. Ma spesso le fotografie ingannano, così come i confronti fra passato e presente. Ragion per cui Berlinguer non fu affatto il protagonista di quella manifestazione che, anche per sua scelta, volle essere soprattutto sindacale. In piazza, dal palco, parlò Lama; un Lama cauto e dubbioso, oltretutto, che aveva escluso quel 24 marzo fosse «il giorno del giudizio». Berlinguer non arrivò nemmeno a San Giovanni; si limitò a veder scorrere il corteo da un marciapiedi davanti a Santa Maria Maggiore. Naturalmente i lavoratori giunti a Roma da tutta Italia lo riconobbero, lo festeggiarono. Si trova scritto sulle cronache che un operaio gli gridò «Io sono tirolese, tu sei sardo, ma siamo uniti contro Bettino!». Una ragazza riuscì a mettergli in mano una mimosa. Berlinguer sorrise. Era primavera anche quel sabato. E qui per forza, e per decenza, si ferma il paragone. E’ tutto cambiato, era tutta un’altra Italia. Non c’è più Berlinguer, morto l’11 giugno di quello stesso anno; non c’è più il pci; non c’è più il comunismo; non c’è più Lama; non c’è più la scala mobile. E poi non c’è Craxi, che sotto quel cielo romano d’incerta nuvolaglia ebbe quel giorno il monopolio dell’odio.

CIPPUTI CONTRO CRAXI
La politica italiana stava giusto allora scoprendo il fascino elementare e semplificato della personalizzazione (il 20 per cento di televisori a colori nel 1980 divennero il 58 per cento nel 1985). La Cgil dell’Umbria aveva distribuito adesivi con Cipputi. Ebbene, Craxi venne evocato nel corteo dei Cipputi con icone per lo più demoniache. C’era pure un Craxi-mannaro, o un Craxi dipinto con i missili in tasca. «Rex-Dux-Craxi» proponeva un enorme striscione. Erano le premesse della famosa «trippa alla Bettino» offerta l’estate seguente a una festa dell’Unità. Su un cartello di quella manifestazione si poteva già leggere: «Craxi i garofani li ha, costruiamogli la tomba». In quelle cupe spiritosaggini stava naufragando, da una parte e dall’altra, ogni possibile riformismo. A un certo punto, all’altezza del Colosseo, sorvolò il serpentone umano un aeroplanino che recava in coda: «No al decreto». Sottinteso: di Craxi, solo suo in pratica. La dc stava ancora in finestra; De Mita prudentemente nicchiava. Gli industriali avevano fin lì ondeggiato valutando i benefici, ma anche i rischi di quel decreto varato in un giorno, anzi in una notte particolarmente gentile di febbraio: San Valentino, festa degli innamorati. Mai il governo era prima di allora intervenuto su temi del genere. A differenza di Berlusconi che sull’articolo 18 promette occupazione, in cambio del raffreddamento di tre punti della scala mobile Palazzo Chigi aveva posto sul tavolo vantaggi concreti e immediati: un freno alle tariffe pubbliche, l’indicizzazione degli assegni familiari, il blocco della scala mobile. Cisl e Uil avevano accettato; la Cgil s’era divisa. In ogni caso «il decreto di San Valentino» sembrava il segno più evidente della rottura del patto sociale: tanto più forte, quella sfida, quanto meno il mondo politico, imprenditoriale e sindacale avevano sentito il bisogno di certificare un accordo per certi versi inconfessabile: il potere di veto del pci e della Cgil su quel terreno. Era dunque un colpo al cuore degli equilibri della Prima Repubblica.
PERTINI E L’ATTO OSCENO
Da questo punto di vista è possibile che nel partire a testa bassa contro il decreto il pci facesse affidamento sul Quirinale. Poco prima di quel 24 marzo, a un premio letterario, Sandro Pertini si era rivolto a Craxi ad alta voce: «Mi consenta questa sincerità, signor presidente, io non sono avversario dei comunisti». Bettino c’era rimasto male soprattutto per via di quel «signor presidente». E tuttavia riguardo agli amici e ai nemici (o avversari) per lui valevano senz’altro i vecchi proverbi.
Vecchie, forse perfino ottocentesche suonano le parole con cui i comunisti bollarono il provvedimento: «atto d’imperio», «pesante sopruso». Già più moderna – ed estranea per la verità al misuratissimo stile berlingueriano – la similitudine che il segretario del pci espresse alla Camera il 7 aprile: «Pare a me, onorevoli colleghi, che ostinarsi a mantenere in piedi il decreto rasenti i limiti di un atto osceno in luogo pubblico». Gli rispose Martelli accusandolo di «paranoia» e «neurocomunismo». Se la cosa può suscitare una qualche pur vaga ricaduta nell’attualità, Berlinguer parlò anche di «rischi di regime». I soliti. Ma ormai le parole stavano, come si dice, a zero. Al Senato c’erano stati fin dall’inizio incidenti di un certo rilievo. In Commissione l’economista comunista Napoleone Colajanni, che all’indubbia passione politica ha sempre accompagnato una smagliante fantasia, aveva cercato di chiudere la discussione armeggiando sugli interruttori della luce e della corrente. Meno tecnologico il suo massiccio compagno Carmeno si era avventato in aula contro il ministro De Michelis per strappargli le carte di mano, ma nell’impeto era caduto rompendosi una caviglia. Alla Camera il decreto decadde e venne ripresentato. Ogni volta Craxi ci metteva sopra la fiducia (fino al massimo di sei); e ogni volta la disputa si incanagliva di più.

RITORNO AI PULLMAN
Insomma: era ormai «Bokassa». Nel mezzo del braccio di ferro Berlinguer venne sonoramente fischiato al congresso del psi, a Verona. «Se sapessi fischiare – disse allora Craxi – l’avrei fatto anch’io». Fino ad allora i comunisti erano stati nei riguardi del suo governo ben più cauti. Oltre al Concordato, avevano apprezzato un certo dinamismo in politica estera; in un primo momento si presero persino il lusso di tener distinto l’atteggiamento sul decreto da quello sul governo. Capirono tardi che Craxi faceva sul serio – e non glielo perdonarono più, tantomeno alla fine della sua sfolgorante avventura, quando più ne avrebbe avuto bisogno. Il loro ricorso alla piazza fu, in un certo senso, un errore naturale e obbligato. Come il successivo referendum. I malanni d’Italia non dipendevano certo dal salario operaio. Il pci chiedeva di tagliare le rendite finanziarie. Pochi giorni prima del 24 marzo il ministero delle Finanze aveva reso noto che l’evasione fiscale ammontava a 70 mila miliardi. «E’ uno schifo» aveva riconosciuto Visentini. Questo senz’altro contribuì a consolidare nei lavoratori dipendenti l’idea che il congelamento degli scatti di contingenza fosse «ingiusto e pericoloso», e l’intransigenza del pci «sacrosanta». Ma il vento era cambiato. Si sa come andò a finire. Il pci perse anche il referendum. Ezio Tarantelli ci rimise la pelle. Marco Biagi, 17 anni dopo, andò incontro alla stessa sorte. Si sa come va la storia. La vittoria rende innocenti i vincitori – e un po’ cretini, oltre che colpevoli, gli sconfitti. Quando tutto era ancora da decidere i comunisti vennero in massa a Roma, attraversarono il centro con i tamburi e ritornarono ai loro pullman. E il decreto passò lo stesso. Ricordarlo oggi non vuol dire – e tanto meno vuol dire augurarselo – che avverrà lo stesso dopo la manifestazione di domani contro la volontà di rendere i licenziamenti più facili, o più flessibili che dir si voglia.
SIMBOLI E TOPOLINI
Ai giornali non dispiace di pensare che la storia si ripeta. In realtà, se è vero che «solo dei superstiziosi cercano dei bis in idem» è anche più vero, come scriveva l’altro giorno Franco Cordero, che vale la pena studiare i punti analoghi perché le storie individuali e collettive hanno delle costanti. Ebbene: se c’è un punto analogo, se c’è una costante fra lo scontro di ieri e quello di oggi, sta tutto nell’apparente sproporzione tra le conseguenze tecniche del provvedimento e la terribile valenza della posta in gioco. Il decreto di San Valentino non metteva in causa che «pochi spiccioli», come si disse; così pochi che, dopo averne letto l’articolato, a Guido Carli venne in mente quel verso di Orazio: «Parturiunt montes, nascetur ridiculus mus», le montagne hanno dato vita a un ridicolo topolino. Allo stesso modo la disputa sull’articolo 18 riguarda pochi e limitati casi. Ma si è già trascinata appresso un clima pessimo, un assassinio, una manifestazione e uno sciopero generale. Su quest’altro «topolino», al di là degli impegni a riaprire il negoziato, grava un’altra vera guerra simbolica. Piazza San Giovanni è sempre la stessa. E ogni manifestazione è diversa da tutte le altre.