«11 settembre» Un anno è troppo poco – di Marcello Sorgi

11/09/2002





Editoriali e opinioni  


Un anno è troppo poco


11 settembre 2002


di
Marcello Sorgi

È inutile negare o cercare di nasconderlo: il primo anniversario dell’attacco alle Torri gemelle di New York cade in un clima strano, irreale, perfino strafottente, che invano la grande macchina mediatica e politica della commemorazione cerca di trasformare.

E’ come se all’improvviso il bilancio di un anno trascorso tra due guerre – quella finita, se davvero è finita, in Afghanistan, e quella che deve cominciare in Iraq – ci sembrasse insoddisfacente; come se la forte mobilitazione ideale, solidale e militare, che si strinse attorno agli Usa e all’Occidente, feriti dal terrorismo islamico, tendesse ad affievolirsi; come se l’ondata di coraggio che seguì all’orrore della strage cedesse alla stanchezza, forse anche alla paura.

E certo se la misura delle nostre convinzioni non dipende solo dai principi, ma anche dai risultati di quest’anno di guerra, un certo ripiegamento è possibile, seppure non comprensibile. Tarata sul Kossovo e sul «dovere dell’ingerenza», che portò alla consegna e oggi al processo internazionale contro Milosevic per le sue tremende responsabilità, l’invasione dell’Afghanistan ha avuto effetti importanti, ma più modesti.

Si è riusciti a liberare il paese dall’oppressione del regime integralista dei talebani, non a sottrarlo alla guerra tribale che ancora lo tormenta. E si è mancata la cattura del ricercato numero uno, Bin Laden, che oggi, dal suo rifugio segreto (dal quale probabilmente non s’è mai allontanato), può consentirsi di irridere alla grande alleanza che gli ha dato la caccia, e continuare sfacciatamente a rivendicare l’attentato di un anno fa.

Provvisorio per definizione, il nuovo governo insediato dall’Onu a Kabul si sta rivelando più debole del previsto. Nella regione appena liberata, gli attentati continuano; gran parte dei talebani hanno riparato non si sa dove. Né si sa molto di più di Al Qaeda, la rete di Bin Laden: dai prigionieri rinchiusi a Guantanamo, in un regime carcerario durissimo, s’è cavato ben poco. In Occidente, l’analisi del fenomeno terrorista non è certo al livello di «intelligence zero», come all’indomani dell’11 settembre; i sospetti (che rimasero inascoltati) su strane frequentazioni di arabi in scuole di volo americane da cui poi sarebbero partiti per gli attentati, oggi certo troverebbero più attenzione.

Qualche passo avanti s’è fatto: non molti. Né accenna a raffreddarsi il grande focolaio terroristico dei kamikaze palestinesi, la cui recrudescenza quotidiana, oltre a seminare altri morti innocenti, rischia di seppellire Arafat, innesca e moltiplica le reazioni israeliane e sfugge ormai a ogni azione di contenimento, impedendo qualsiasi tentativo di ripresa di approccio politico-diplomatico al conflitto in Medio Oriente.

In un quadro così cupo, reso ancor più incerto dalla crisi economica mondiale, spicca l’isolamento degli Stati Uniti. Un isolamento anche colpevole, dal momento che l’amministrazione Usa non ha dato l’impressione di curarsi troppo del lento sgretolamento della coalizione mondiale che sostenne l’intervento in Afghanistan.

E tuttavia, la sola solidarietà dichiarata di Blair, quella condizionata di Chirac e Berlusconi, accanto a quelle negate, a cominciare da Schroeder, per ragioni particolari, locali o elettorali, non fanno neanche l’ombra della grande e fortissima reazione, del soprassalto di dignità dell’Occidente che furono la risposta all’attacco islamico dell’11 settembre.

Prevalgono la mediocrità, i dubbi, i distinguo; le analisi dietrologiche sulle effettive convenienze e capacità di Bush junior, di dimostrare la pericolosità dell’Iraq e poi di saperlo attaccare e liberare. Si affacciano paragoni tra Bush padre e figlio, tra il giovane e inesperto George W. e il saggio e incanutito Colin Powell. Si susseguono gli inviti alla riflessione.

E tutto, purtroppo anche il ricordo sbiadito dell’orrore di un anno fa, sembra spingere a un ripensamento. Come se la minaccia di un nuovo attacco non fosse stata già ribadita. Come se fosse possibile una tregua. Come se appunto un anno – quest’anno! – e non un decennio, o tutto il tempo che ci vorrà, potesse essere davvero il tempo di un bilancio sulla lotta al terrorismo.