«11 settembre» Perchè tanti antiamericani – di Jean-Marie Colombani

11/09/2002



          JEAN-MARIE COLOMBANI
          Perchè tanti antiamericani


          (Del 11/9/2002 Sezione: Esteri Pag. 4)
          JEAN-MARIE COLOMBANI, DIRETTORE DI «LE MONDE»
          «Perché la solidarietà si è trasformata in antiamericanismo»
          Questa guerra preventiva rimette in discussione tutto il diritto internazionale costruito negli ultimi cinquant´anni. Bush difende interessi di parte, e così perde la solidarietà del mondo esterno

          L´AMERICA, un anno dopo l´11 settembre, è sul sentiero di guerra. Ed è pure in un vicolo cieco. E questo ci è dannoso. Mai, a partire dal 1989 e dalla caduta di Berlino, che fu anche l´inizio della dissoluzione – senza guerra – dell´impero sovietico, mai la situazione degli Stati Uniti è stata tanto brutta. Il riflesso di solidarietà di un anno fa si è trasformato in un´onda che potrebbe lasciar credere che siamo diventati tutti antiamericani. Ai colpi portati dai terroristi di Al Qaeda si sono poi aggiunti quelli provocati dal fallimento doloso della Enron, che si traducono in un´enorme distruzione di ricchezza e, soprattutto, in una perdita di fiducia all´interno stesso dell´economia capitalista. George Bush, correndo un rischio in qualche modo calcolato sulle conseguenze dell´11 settembre, ha scelto di non cambiare nulla della sua visione della scena internazionale, facendo dell´Iraq il suo bersaglio prioritario, creando così le condizioni di un altro vicolo cieco, che potrebbe essere storico. Tutto accade come se il governo americano, dopo l´operazione militare in Afghanistan, avesse ripreso la sua agenda anteriore all´11 settembre, che lo riporta a Baghdad. L´Iraq, dunque. Facciamo l´ipotesi più favorevole al presidente americano: una rapida vittoria militare. Le conseguenze politiche, però, possono essere incontrollabili, a causa del divorzio creato con l´Europa e con i Paesi del mondo arabo-musulmano, che sono tutti ostili o più che reticenti. Questo può finire in una situazione simile a quella successiva alla vittoria delle truppe britanniche e francesi ai tempi della spedizione contro la nazionalizzazione del canale di Suez, nel 1956. Quando né la Gran Bretagna né la Francia furono in grado di imporre al resto del mondo la loro visione. Facciamo invece l´ipotesi meno favorevole, quella in cui gli Stati Uniti si vedano privati di qualunque punto d´appoggio nell´area e debbano accontentarsi di una campagna di bombardamenti o di un´azione con il sostegno del solo Ariel Sharon. Sarebbe allora la legge del massimo disordine. Perché la tensione creata nel mondo arabo dalle conseguenze dell´11 settembre è tale che si è vicini al punto di rottura: gli elementi riformisti, progressisti – cioè i moderati – sono minacciati ovunque avessero tentato, prima dell´11 settembre, di affermarsi. Un´azione di forza americana contro l´Iraq rischierebbe di indebolirli ancora di più. Ora non si dovrebbe dimenticare il fatto che le forze democratiche, le aspirazioni democratiche, le libertà, sono il cuore del bersaglio del progetto politico dei terroristi di Al Qaeda e di coloro che li appoggiano, li armano e li finanziano: la loro idea è quella di creare una linea di frattura che permetta di mettere in un angolo le forze arabe moderate e moderne. I recenti attentati in Afghanistan e in Pakistan ci ricordano che questi due Paesi sono sempre il teatro principale della guerra che il terrorismo islamista ha scatenato l´11 settembre. In Afghanistan la guerra civile è sempre sottotraccia. In Pakistan il potere attuale è un baluardo malsicuro: che cosa accadrebbe se Islamabad e il suo arsenale nucleare cambiassero campo? Bill Clinton ha avuto ragione di ricordare al suo successore questo elementare dato di fatto: è in quei due Paesi il fronte principale della lotta contro il terrorismo di Al Qaeda. Per tutte queste ragioni, trattandosi dell´Iraq, si è in diritto di ritenere che urga attendere. E affidarsi a procedure internazionali pesanti e, in questo caso, più necessarie che mai, dove l´Europa, la Cina e la Russia hanno qualcosa da dire. Sennonché ormai, per Saddam Hussein, qualunque arretramento di Washington rispetto alle sue dichiarazioni di guerra sarà festeggiato come una vittoria; in Iraq e altrove, questo può significare il trionfo dell´antiamericanismo. Come si dice a Las Vegas, George Bush ha scelto un «no win game», un gioco disperato. Peggio, questa guerra «preventiva» contro l´Iraq, che ha come scopo esplicito il rovesciamento del regime di Baghdad, equivale a rimettere in discussione tutto ciò che è stato costruito, in termini di diritto internazionale, a partire dal 1945, e ancor più durante l´ultimo decennio, a partire dalla fine della guerra fredda. Perché quel diritto non può essere a geometria variabile. Delle due cose, l´una: o l´Iraq è un aggressore, o l´Iraq è una minaccia. Nel primo caso – come fu nel 1990-1991 – la comunità internazionale ha diritto ad agire. Nel secondo, ha diritto a un´operazione di contenimento, ma non dovrebbe pretendere di agire militarmente per rovesciare un regime che non piace a una delle sue componenti di quella comunità internazionale. Dobbiamo rallegrarci di questo comportamento azzardato degli Stati Uniti? O dobbiamo cedere ai nostri antichi riflessi antiamericani, a quella che i tedeschi chiamano «Schadenfreude», la gioia per le sventure altrui? A parte il fatto che sentimenti di questo genere non sono mai un buon calcolo, in questo caso ci rallegreremmo di una disgrazia che tocca anche noi. E dunque, per qualche anno ancora, saremo sempre e resteremo americani, perché i nostri destini sono strettamente intrecciati. Tanto un´America indebolita è pericolosa, quanto ci serve un´America riformata. Sebbene sia un tizzone rovente a causa degli attentati dell´11 settembre, la società e lo Stato americani non hanno ancora misurato fino in fondo quanto è accaduto. Bush jr, con la sua ideologia e la sua ossessione per la politica interna, ha accentuato una doppia debolezza: deficit di solidarietà e di coesione sociale all´interno; mancanza di solidarietà e concertazione con il resto del mondo all´esterno. Ma l´America può cambiare? Molti americani aspirano a un sistema migliore, di cui «l´esuberanza eccessiva dei mercati», per dirla come Alan Greenspan, ha sottolineato piuttosto i difetti; molti sono autentici liberali, vale a dire cittadini che credono alla virtù delle libertà, anche nei periodi di crisi, soprattutto nei periodi di crisi, quando tutti gli esecutivi rivaleggiano in tecniche per limitarli; anche perché molti americani, negli Anni 1920, aspiravano a qualcosa d´altro che il conservatorismo ottuso e la politica economica inetta di uno dei predecessori di Bush nel partito repubblicano, il presidente Hoover. Ci furono, dopo di lui, Roosevelt e il New Deal. L´America deve evidentemente restare una delle nazioni-guida della coalizione democratica. A condizione di accettare che ci sia una coalizione. Con dei partner, e non dei satelliti, secondo l´espressione forte del ministro degli Esteri tedesco Joschka Fischer. Questa coalizione passa non soltanto attraverso un´America riformata, ma anche attraverso un´Europa affermata, dall´identità forte e ben leggibile. A quel punto noi potremo ricordarci di ciò che ha costruito, tra l´Europa e l´America, un consenso vittorioso. Lo si può riassumere in due nomi: Keynes e Kenan. Keynes, l´uomo che tra le due guerre ispirò le politiche di sviluppo sulle due sponde dell´Atlantico. Kenan, il collaboratore del generale – poi segretario di Stato – Marshall, che inventò, di fronte all´Unione sovietica, il concetto di «containment», contenimento. Sviluppo e «containment» sono stati i due pilastri della coalizione atlantica. Dobbiamo dunque reinventare delle politiche di sviluppo e immaginare che cosa possa essere, di fronte al terrorismo, una politica che lo contenga e poi lo riassorba. A questo, Bush sostituisce una coppia terribile: protezionismo e interventismo preventivo. Con il che dà argomenti a quanti lo sospettano, valendosi della lotta delle democrazie, di non difendere che gli interessi di potenza miope, non soltanto degli Stati Uniti ma di una frazione degli Stati Uniti, quella che al momento li governa. E noi invece abbiamo sempre bisogno di un´America migliore e forte, che ci eviti la sconfitta contro il terrorismo. Copyright Le Monde
          Jean-Marie Colombani