103 giorni dal delitto, 1136 dalla morte di D’Antona: l’inchiesta in affanno

01/07/2002


30 giugno 2002



Intercettazioni, identikit, testimonianze, carte studiate, sospetti controllati: cronaca delle difficoltà di un’indagine che sembra girare a vuoto

103 giorni dal delitto, 1136 dalla morte di D’Antona: l’inchiesta in affanno


Monitorati, senza risultato, gli «irriducibili»

      ROMA – A centotré giorni dall’omicidio di Marco Biagi, il procuratore aggiunto di Bologna è costretto a difendersi mentre al Consiglio superiore della magistratura s’annuncia un’inchiesta sullo svolgimento delle indagini: un classico dei misteri italiani. Sembra un cattivo presagio, anche se tre mesi e poco più non sono certo una scadenza definitiva. Tanto meno in una storia di terrorismo riemerso dal nulla. Ma le polemiche sulle lettere uscite dal computer del professore assassinato riportano in primo piano le difficoltà e gli affanni di un’inchiesta che dà l’impressione di girare a vuoto. La matrice terroristica del delitto Biagi fu subito chiara, insieme alle analogie con l’omicidio di Massimo D’Antona, ucciso a Roma dalle Brigate rosse il 20 maggio 1999. Si parlò di unificare le due indagini, ma l’ipotesi venne accantonata. I primi accertamenti stabilirono l’identità della pistola per i due delitti e della marca dei proiettili usati per uccidere. Contemporaneamente furono raccolte le testimonianze e disegnati alcuni identikit. Alla ricerca di volti sospetti sono stati visionati i filmati delle telecamere della stazione ferroviaria, dove Biagi era arrivato in treno, e poi di quelle piazzate lungo le strade percorse dal professore in bicicletta, mentre inconsapevole andava incontro ai suoi assassini.
      Non ne è venuto fuori nulla di concreto, almeno a quel che è dato sapere. Qualche indicazione sul numero dei componenti del commando, nemmeno troppo precisa: tre persone, forse quattro o cinque. Così come niente di interessante è venuto dalle conversazioni e dalle telefonate intercettate a partire dal 20 marzo. Sono stati registrati i colloqui di persone sospettate di appartenere ad «aree contigue» alle nuove Brigate rosse, e di antichi militanti del partito armato rimasti «irriducibili» e tornati in libertà dopo aver scontato lunghi periodi di detenzione. Come avvenne dopo il delitto D’Antona, gli investigatori hanno piazzato le microspie nelle celle dove sono rinchiusi gli ultimi «prigionieri politici combattenti» che rivendicano l’operato delle nuove Br. Sono gli assassini di Roberto Ruffilli, ucciso nel 1988, che da dietro le sbarre hanno sottoscritto i due omicidi del ’99 e di quest’anno. Ma anche da lì non sarebbe emerso nulla di utile per le indagini.
      I proclami dal carcere danno copertura storica e politica ai brigatisti della seconda Repubblica, e gli esperti dell’antiterrorismo continuano a leggere e rileggere quelle pagine nella speranza di trovare qualche indicazione che possa indirizzare il lavoro degli investigatori verso la svolta giusta. Agli uomini della Digos i vertici della polizia hanno affiancato funzionari di Squadre mobili provenienti da diverse città, per cavare quanto più possibile dai metodi classici d’indagine: l’ordine è di svolgere col massimo scrupolo tutti gli accertamenti e i riscontri, anche sul minimo indizio, come se quello di Biagi fosse un delitto comune. Ma nemmeno così, per adesso, si è riusciti ad afferrare il bandolo della matassa.
      Ora si scopre che, tra tante cose fatte, almeno una è rimasta fuori: il sequestro dei computer del professor Biagi. Niente di grave, s’è affrettato a dire il procuratore aggiunto, perché gli hard-disk sono stati copiati per intero, e su quelli si sta lavorando. Ma aver lasciato i computer al loro posto apre nuove ipotesi su chi – a cento giorni dal delitto – ha deciso di estrarre le lettere della vittima e renderle pubbliche. A questo punto potrebbe non trattarsi di una fuga di notizie dagli apparati di inquirenti e investigatori. E il fatto che solo ieri, in Procura, si siano resi conto di avere a disposizione altre missive di Biagi (non solo le tre di cui ha parlato in un primo momento il capo dell’ufficio) lascia intendere che potrebbero esserci altri scritti del professore.
      Nel frattempo riesplode la polemica sulla scorta revocata a Biagi, che probabilmente ha poco a che vedere con l’omicidio. Perché se sono state le Br a uccidere il consulente del ministro Maroni, l’esperienza di trent’anni di inchieste sul terrorismo rende implausibile che a minacciarlo siano stati gli stessi che l’hanno assassinato. I brigatisti non mettono sull’avviso le loro vittime: ammazzano e parlano al «proletariato», non ai loro bersagli. Dunque quella delle minacce e del perché Biagi rimase senza protezione è un’altra storia. Che si sovrappone, ma non può cancellare, quella di un’indagine ancora troppo buia. La stessa che si sta scrivendo a Roma, dove sul delitto D’Antona magistrati, poliziotti e carabinieri hanno accumulato solo gli insuccessi di un pugno d’arresti revocati poco dopo. Da quell’omicidio, di giorni ne sono passati non 103, ma 1.136. E gli assassini sono ancora in libertà.
Giovanni Bianconi