“100anni” Quella Italia siglata Cgil (B.Ugolini)

03/10/2005
    lunedì 3 ottobre 2005

    Pagina 28

    ATIPICIACHI

      Quella Italia
      siglata Cgil

        Bruno Ugolini

          Chi sono gli innovatori che più hanno inciso nella storia del sindacato? Di Vittorio o Pastore o Santi? Storti o Lama o Viglianesi o Ravenna o Novella? Carniti, Trentin, Benvenuto o Macario, Pizzinato, D’Antoni o Marini o Cofferati? Sono domande affiorate seguendo una polemica ospitata da Il Manifesto. Il pretesto erano le celebrazioni per il centenario della Cgil. Un quotidiano come Il Sole 24 ore aveva voluto dedicare all’evento una pagina aperta da un articolo dello storico Valerio Castronovo, sotto il titolo «L’Italia del lavoro siglata Cgil».

          Una dizione che irritava un altro autorevole studioso, un po’ il custode delle tradizioni Cisl, Guido Baglioni che esprimeva in una lettera al giornale il proprio dissenso da una ricostruzione che doveva essergli apparsa troppo sbilanciata, quasi trionfalistica. Lo scritto di Castronovo in realtà non faceva che ripercorrere la storia di quello che rimane il maggior sindacato italiano definendolo, senza indulgenze, «un percorso complesso quanto travagliato». Un’analisi delle diverse tappe della vita centenaria della Cgil, dal 1906 ai giorni nostri. Con annotazioni anche discutibili come quando metteva sullo stesso piano, a proposito d’autonomia negli anni 50, «l’eccessiva subordinazione alle direttive del Pci» e le «pesanti discriminazioni padronali». Sottolineando successi ma anche ritardi come, ad esempio «nel valutare le valenze della contrattazione articolata». Erano gli anni dell’autocritica promossa da Di Vittorio e del cosiddetto «ritorno in fabbrica».

            Fatto sta che Guido Baglioni contestava: «Mi sembra di poter valutare questo titolo ("l’Italia del lavoro siglata Cgil") quanto meno esagerato, troppo distante dalla realtà, poco obiettivo. Il lettore non molto informato è indotto a pensare che l’esperienza sindacale nel nostro Paese sia rappresentata sostanzialmente dalla Cgil, con l’aggiunta marginale d’altre confederazioni.".

            Il seguito della lettera era teso a sostenere che "Sul piano della strategia sindacale non è certo la Cgil che ha dato gli apporti più innovativi». Tra le innovazioni citava il valore dell’autonomia, la preferenza al negoziato rispetto alle leggi, la contrattazione aziendale, la concertazione, la partecipazione. Gli rispondeva un esponente dell’Ires-Cgil, Salvo Leonardi per sostenere in sostanza come ci sia stato tra i sindacati un processo di contaminazione reciproca. Il Baglioni controreplicava riaffermando le proprie tesi: la Cisl è stata più innovativa.

            Sarebbe interessare sui singoli punti ricostruire diversi aspetti. Ma è a questo punto che possono nascere gli interrogativi sull’ambiguità del termine «innovazione» nel movimento sindacale. Facciamo qualche esempio. C’è ancora oggi chi considera, soprattutto tra le forze politiche, le cosiddette «gabbie salariali», (buste paga diversificate al nord e al sud) come un esempio d’innovazione. Ma è davvero così? Altri ancora hanno visto, almeno in un primo tempo, gli effetti della legge 30, la moltiplicazione a dismisura di forme contrattuali, quelle che coinvolgono gli atipici protagonisti di questa rubrica, come un esempio di modernità e innovazione. Sono gli stessi che magari oggi propongono passi indietro. E nella battaglia sull’articolo 18 la sconfitta di quanti volevano lo svuotamento di questo aspetto dello Statuto è stata una sconfitta degli innovatori? È davvero il leghista Maroni il motore del cambiamento italiano nei rapporti di lavoro?

              Fatto sta che sembra più convincente il Leonardi allorché allude ad una contaminazione reciproca, nelle scelte innovative, quando ci sono state, del sindacato. Così per le esperienze di concertazione (accordo ’93) e di partecipazione (piano d’impresa). Così per il superamento delle Commissioni Interne e la scelta (anche se la Cgil arrivò prima) dei delegati e dei Consigli di fabbrica. Così per l’autonomia con quella battaglia sulle incompatibilità che spaccò la Cgil come la Cisl e la Uil. Così per lo scontro onde affermare processi unitari. Erano tempi d’innovazione e di dialettiche vivaci che intrecciandosi attraversavano le tre case sindacali. Non a caso: forse i due elementi camminano pari passo.