“100anni” Non solo la Cgil ha fatto la storia (G.Baglioni)

08/09/2005
    giovedì 8 settembre 2005

    ITALIA LAVORO – pagina 25

      INTERVENTO

        Non solo la Cgil ha fatto la storia

        Di Guido Baglioni

          È positivo che «Il Sole 24 Ore» dedichi spazio alla storia del sindacato, come ha fatto ieri in occasione della presentazione del centenario della Cgil nel 2006.

          Devo dire, però, che mi ha colpito il titolo della pagina 13, che afferma: « L’Italia del lavoro siglata Cgil » . Mi sembra di poter valutare questo titolo quanto meno esagerato, troppo distante dalla realtà, poco obiettivo. Il lettore non molto informato è indotto a pensare che l’esperienza sindacale nel nostro Paese sia rappresentata sostanzialmente dalla Cgil, con l’aggiunta marginale di altre confederazioni.

          Invece, facendo riferimento alla seconda metà del secolo scorso, le cose stanno diversamente. Dall’inizio del periodo abbiamo, come è noto, una situazione di pluralismo sindacale, con il sorgere e l’affermazione della Cisl e della Uil. La Cgil resta l’organizzazione più forte, ma non di molto. Nel 2004 gli iscritti attivi della Cgil sono 2.478.000 e quelli della Cisl 2.037.000; i pensionati Cgil sono 3.008.000, quelli della Cisl 2.097.000.

          La vita sindacale e le relazioni con le controparti e le istituzioni, dopo gli anni che seguono alla rottura della Cgil, sono segnate da contrasti, convergenze, unità d’azione, progetti di unità sindacale. Il punto cruciale è che la Cgil ha forza organizzativa e autorevolezza ma le scelte compiute risentono, spesso non meno decisamente, dell’impostazione e della consistenza della rappresentanza Cisl e Uil.

          Sul piano della strategia sindacale non è certo la Cgil che ha dato gli apporti più innovativi e, per molti aspetti, vicini alle esperienze degli altri Paesi democratici e capitalistici. Basterà, a questo proposito, richiamare il valore della proprietà autonoma del sindacato, la preferenza delle relazioni negoziali rispetto alla regolamentazione legislativa, l’articolazione del sistema contrattuale con salari legati ai risultati per il secondo livello, l’inizio e le verifiche dei patti concertativi, la riscoperta della partecipazione dei lavoratori all’interno dell’impresa.

          Questi contenuti strategici fondamentali non sono stati promossi dalla Cgil ma dalla Cisl. La Cgil si è spesso opposta o è arrivata ad accettarli in un secondo momento.

          Passando per un attimo all’articolo di Valerio Castronovo sorprende la sua affermazione, secondo la quale la Cgil, dopo l’autunno caldo, avrebbe mutuato dalla Cisl l’assunto del salario come « variabile indipendente » . Può darsi che anche nella Cisl o nella Uil, in quel periodo effervescente, qualcuno sostenesse questa tesi.

          Tuttavia per quanto riguarda specificamente la Cisl dei settori industriali è sempre stata presente la necessità di commisurare le rivendicazioni all’andamento delle imprese e alla prospettiva dello sviluppo. Dagli anni 80 in avanti si è accentuata la preoccupazione di operare in modo compatibile con le esigenze del sistema e con l’incremento della produttività.

          È su questa impostazione e con i contenuti strategici detti che la Cisl, come si legge nell’articolo di Riccardo Terzi, ha segnato una forte rivendicazione identitaria nel suo recente congresso. L’identità è la condizione prima per l’autonomia sindacale, che Terzi auspica anche per la stessa Cgil. L’identità della Cisl è ugualmente dovuta alla convinzione, non compromessa dai possibili errori compiuti, che essa ha siglato la maggior parte delle idee e dei propositi sul percorso di relazioni industriali non antagonistiche, non mescolate con i problemi politici, convergenti con gli interessi generali e col buon funzionamento delle imprese, tendente a mantenere l’omogeneità delle tutele di base e a sostenere le diversità dovute agli assetti produttivi e alla composizione del mercato del lavoro.