“100anni” L’Unità e Cgil, il lavoro è un romanzo (G.Epifani)

11/11/2005
    venerdì 11 novembre 2005

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    L’INIZIATIVA Otto scrittori per otto romanzi narrano la storia del lavoro, delle sue conquiste e dei suoi intrecci con la vita

      L’Unità e Cgil, il lavoro è un romanzo

        Guglielmo Epifani

        Con l’avvio in Parlamento delle celebrazioni per il centenario della nascita della Confederazione Generale del Lavoro in Italia comincia, in parallelo, la pubblicazione – con questo giornale – di otto romanzi, quasi tutti classici, dedicati al tema ed alla condizione del lavoro.
        È una occasione, questa della contemporaneità dei due eventi, in qualche misura ricercata. Ma è anche espressiva del grande rapporto che ha legato l’epopea della trasformazione del lavoro e la nascita del sindacato italiano alla storia della letteratura, nazionale ed internazionale.
        Un racconto lungo un secolo: volti e storie dei nostri lavoratori
        I libri scelti da Angelo Guglielmi e Maria Serena Palieri abbracciano un periodo molto lungo, ancora più vasto dello spazio del centenario.

        Cominciano con Metello, il personaggio di Vasco Pratolini, che va a cercare lavoro nella Firenze della seconda metà dell’ottocento, per diventare operaio edile impegnato nelle rivendicazioni sociali e sindacali, per l’affermazione dei diritti di libertà e di giustizia. E finisce ai giorni nostri, con la grande parabola de La Dismissione, il libro di Ermanno Rea, nel quale si racconta la fine del sogno dell’Ilva di Bagnoli e il suo trasferimento in una città della Cina.

          Già in questi due estremi, temporali e di contenuto, c’è il segno del passaggio del tempo e delle trasformazioni subite dal lavoro, ma anche del grande valore che l’occupazione, la produzione industriale e quella intellettuale hanno avuto nel segnare l’identità delle persone e delle generazioni e le caratteristiche sociali, politiche e civili del nostro tempo.

            Nei romanzi scelti non campeggia soltanto il lavoro industriale. C’è, per esempio, in Quaderno proibito di Alba De Céspedes, l’appassionata ricostruzione della condizione di una donna che lavora in un ufficio, divisa fra i compiti e le responsabilità del suo impiego ed i compiti e le responsabilità della madre di famiglia. Giuseppe Pontiggia ci richiama, con La morte in banca, a una figura di impiegato: un personaggio le cui ascendenze letterarie risalgono a Italo Svevo come a Franz Kafka, un tipo umano che diventa simbolo più generale dell’uomo che ricerca il proprio orizzonte di libertà. E poi, ancora, in questa collana, tanti altri temi: la disoccupazione, l’emigrazione, l’incontro di generazioni diverse.

              I lettori troveranno, pagina dopo pagina, libro dopo libro, una lucida ricostruzione di tanti volti, di tante storie, di tanti tempi, di tante condizioni sociali. Mi sono chiesto perché manchi, in questa collana, un romanzo che racconti la condizione del lavoro dei campi, le fatiche e le lotte dei braccianti, l’epopea delle grandi trasformazioni agricole. È una storia, questa, così importante per il sindacato e per la Cgil italiana. Ma, forse, quel lavoro e quell’epopea vivono soprattutto attraverso altri mezzi, le immagini e la cultura popolare. Nelle immagini dei nostri pittori più attenti al lavoro bracciantile e contadino, nelle canzoni dei cantastorie meridionali, in quella narrazione orale che si trasmetteva di generazione in generazione. In quel dipinto a olio, che Carlo Levi ha voluto dedicare a Giuseppe di Vittorio, simbolo di quella storia, di quelle speranze e di quelle lotte, ancora oggi vivo e presente.

                È una bella storia, quella del lavoro italiana, come è una bella storia quella della lotta per la sua emancipazione, per l’affermazione dei suoi diritti e della sua dignità.

                  Ed è bello vedere come quella storia fu capace di diventare soggetto, trama di una storia romanzata capace di arrivare a tanti lettori e lettrici. Di ritornare a loro oggi, in una società e in una cultura, quelle attuali, che hanno troppa facilità e troppo interesse a dimenticare il lavoro e a relegarlo in un limbo: qualcosa che c’è, ma che non si deve vedere e del quale non si deve parlare. Il centenario per noi, quindi, è anche questo, legare i fili e la narrazione di questa storia alla condizione del lavoro di oggi, e di quello che verrà. Perché ci sia sempre un sindacato in grado di interpretare quella storia e farla diventare una vicenda di libertà, di giustizia e di dignità per tutti.