“100anni” L’Italia del lavoro siglata Cgil (V.Castronovo)

06/09/2005
    martedì 6 settembre 2005

    COMMENTI E INCHIESTE – pagina 13

      STORIA DEL SINDACATO

      L’Italia del lavoro siglata Cgil

        Negli anni 50 pagò i costi di una eccessiva subordinazione al Pci

          di Valerio Castronovo

            Furono gli esponenti riformisti, in maggioranza nelle Camere del lavoro, a tenere a battesimo, il primo ottobre 1906, la Confederazione generale del lavoro. E i socialisti di Filippo Turati a sancire una settimana dopo, nel nono Congresso del partito, la linea rivendicativa gradualista che la Cgl assunse al suo esordio. Nell’assemblea del Psi prevalse infatti una mozione che stigmatizzava tanto « l’uso frequente ed eccessivo dello sciopero generale » che « l’azione diretta » della classe operaia, su cui invece intendevano far leva i sindacalisti rivoluzionari.

            Da qualche anno aveva preso avvio il decollo industriale. E nel giugno 1906 era tornato al governo Giovanni Giolitti con un programma che contemplava, fra l’altro, una nuova legislazione del lavoro e la promozione dell’istruzione popolare.

            Nel 1910 alla nascita della Cgl fece seguito quella della Confederazione generale dell’industria. Perciò Luigi Einaudi s’augurava che anche in Italia vedesse la luce un sistema di relazioni fra capitale e lavoro all’insegna dello sviluppo delle forze produttive.

            Il passaggio nei principali stabilimenti dalla contrattazione individuale a quella collettiva e il riconoscimento delle Commissioni interne parvero avverare questa prospettiva. In realtà, essa continuò a risentire tanto delle oscillazioni del Psi fra la prosecuzione di una strategia riformista e l’alternativa di un radicale antagonismo sociale, quanto dell’insofferenza di una parte del ceto imprenditoriale verso la politica giolittiana, giudicata troppo arrendevole nei riguardi delle rivendicazioni sindacali per il solo fatto di ispirarsi al principio della neutralità del governo nelle vertenze economiche.

            Nel 1919, quando la Cgl ottenne senza scioperi la riduzione dell’orario giornaliero di lavoro a otto ore a parità di salario, sembrò che la negoziazione fra le parti avrebbe avuto la meglio sulla conflittualità.
            Prese invece il sopravvento fra le masse, in seguito alle aspettative palingenetiche suscitate dalla Rivoluzione d’ottobre, l’idea di " fare come in Russia" propugnata dai socialisti massimalisti e da Antonio Gramsci.

            Fu questo il prologo del " biennio rosso" che, dopo l’occupazione delle terre incolte da parte delle leghe contadine, sfociò nel settembre 1920 anche in quella delle fabbriche. Al punto da far presagire un moto insurrezionale. Ma a spegnere l’incendio contribuì, per primo, il segretario della Cgl, Ludovico D’Aragona, mettendo « ai voti la rivoluzione » nel direttivo del sindacato, rimasto in maggioranza riformista; e fu poi Giolitti a chiudere la partita promettendo il « controllo sindacale » sulla gestione delle aziende, destinato peraltro a restare lettera morta.

            Divenuta successivamente il principale bersaglio delle violenze degli squadristi, la Cgl vide ridursi, in seguito all’avvento del fascismo, i suoi iscritti a poco più di 250mila dai 2 milioni del dopoguerra. Finché fu costretta a sciogliersi nel gennaio 1927. Ma a riannodarne le fila all’estero provvide poi il leader della Fiom, Bruno Buozzi, esule a Parigi, grazie anche al riavvicinamento nel 1936 fra socialisti e comunisti.

            Fu così possibile, dopo il crollo del Regime, dar vita alla formazione nel giugno 1944 della Confederazione generale italiana del lavoro, che incluse pure i cattolici. Ma l’unità sindacale, che assecondò la ricostruzione post bellica, durò poco, sino al luglio 1948, in quanto venne sopraffatta sia dalle irriducibili contrapposizioni politico ideologiche della " guerra fredda" sia dalle profonde divergenze sui contenuti e le modalità dell’azione rivendicativa.

            Pur rimanendo (sotto la guida di Giuseppe Di Vittorio) la principale organizzazione sindacale italiana, la Cgil finì negli anni 50 per pagare i costi sia di un’eccessiva subordinazione alle direttive politiche del Pci sia di certe pesanti discriminazioni padronali nei confronti dei propri militanti. Inoltre, il suo indirizzo rigidamente centralista la portò a percepire in ritardo le valenze della contrattazione articolata; mentre i preconcetti dei suoi quadri sulle " tare" del capitalismo italiano la indussero a sottovalutare le innovazioni di processo in corso nella grande industria.

            All’indomani dell’"autunno caldo" del 1969, la Cgil si apparentò alla Cisl e alla Uil per il conseguimento di alcuni obiettivi di fondo (dall’eliminazione delle "gabbie salariali" alla parità di condizioni fra uomini e donne, allo Statuto dei lavoratori), nonché per istituzionalizzare il ruolo della triade sindacale nei processi decisionali della politica economica nazionale. Peraltro, fu questo un periodo in cui al suo interno finì col prevalere la tendenza sia a recepire, senza adeguate mediazioni, le istanze egualitariste e autogestionarie della base operaia, sia a mutuare dalla Cisl l’assunto del salario come " variabile indipendente".

            Tant’è che incontrò non pochi ostacoli la linea di rigore proposta nel febbraio 1978 da Luciano Lama (quale contropartita di un "nuovo modello di sviluppo") per affrontare la grave crisi economica prodottasi nel frattempo anche a causa di una conflittualità endemica nelle fabbriche.

            Dal 1984 (quando l’opposizione della maggioranza comunista della Cgil al decreto governativo sulla scala mobile provocò non solo una rottura con Cisl e Uil ma anche una spaccatura, all’interno, con la componente socialista) sarebbero passati parecchi anni perché si ricostituisse una posizione sindacale unitaria. È quanto avvenne con l’accordo del luglio 1993, sull’aggancio del costo del lavoro agli indici di inflazione programmati, firmato con il governo Ciampi e la Confindustria. Le tre confederazioni tornarono poi a intendersi nel 1997, ai tempi del governo Prodi, anche sul percorso della riforma delle pensioni. Salvo a dividersi negli ultimi tempi sulla "legge Biagi" e sulla revisione del sistema della contrattazione.

            È stato, dunque, un percorso altrettanto complesso quanto travagliato quello della Cgil dal secondo dopoguerra a oggi: prima per far valere sia la propria autonomia dai partiti di sinistra che i suoi pieni diritti di cittadinanza sui luoghi di lavoro; poi, per tenere a bada lo "spontaneismo" e le "fughe in avanti" di alcune frange più estreme del movimento operaio; infine, per instaurare un rapporto di collaborazione, sia pur a corrente alternata, con le altre centrali sindacali, nonché un confronto costruttivo, all’insegna del metodo della concertazione, con le rappresentanze imprenditoriali. E ora, nell’età del postfordismo, essa deve misurarsi con un arcipelago di nuovi profili e identità, nel mondo del lavoro, non riconducibili alle categorie sindacali tradizionali.