“100anni” Io, pulitore part-time per avere la Vespa (M.Covacich)

12/09/2005
    sabato 10 settembre 2005

    Pagina 22

    IL RACCONTO

      Io, pulitore part-time
      per riuscire ad avere la Vespa

      di Mauro Covacich

        Volevo la Vespa. L’avevo già vista. Se ne stava lì in vetrina – una bella Vespa 50s rossa, di seconda mano – e io la corteggiavo ogni pomeriggio. Era il giugno del 1980. Avevo quindici anni e mi servivano cinquecentomila lire. «Te le devi guadagnare» mi disse mio padre, e in un paio di giorni mi trovò un posto stagionale di pulitore part time. La ditta aveva l’appalto delle pulizie di tutti gli uffici, i magazzini e le rimesse dell’azienda di trasporti in cui mio padre lavorava. In squadra eravamo io e il Ragazzo-col-naso. Il Ragazzo-col-naso si chiamava Fabio ma nessuno lo chiamava col suo nome. Aveva una gobba davvero imponente e in agosto sarebbe andato a farsela spianare non ricordo più in quale clinica. Andava in giro a dirlo a tutti, ne parlava con disinvoltura, li aggiornava sulle visite che aveva fatto, sui prezzi degli interventi, e tutti li seguivano con partecipazione ma poi continuavano a chiamarlo il Ragazzo-col-naso.
        Giugno e luglio sono stati due mesi bellissimi. Fabio m’insegnava a come continuare a respirare sopra i secchi con l’ammoniaca senza che ti bruci il cervello, a come tirare su le cicche una a una con un piccolo colpo di scopa in punta di setole, a come prendere le curve su due ruote con la macchina aspiratrice e girare tra gli scaffali del magazzino generale rifilando gli spigoli con le ginocchia e altri trucchi del mestiere.

          Avevamo delle tute bianche di cui andavamo molto fieri e con quelle ci presentavamo negli uffici di turno pieni di secchi e stracci (all’epoca non si usava l’asta gommata per lavare i vetri e c’era tutta una tecnica di passate e sfregamenti per non lasciare sul vetro i pilucchi dello straccio). Alle dieci facevamo delle fantastiche merende a base di Fanta e pane e mortadella. Poi tiravamo avanti ancora fino a mezzogiorno e la giornata finiva lì. Il pomeriggio io andavo seduto sul sellino dei miei amici, di ritorno mi fermavo a corteggiare la Vespa. Tutto questo, in giugno e luglio. Il primo agosto Fabio ha salutato tutti, me compreso, ed è partito per la sua clinica. Io ho continuato da solo in attesa che mandassero un nuovo collega e intanto mi capitava spesso di pensare a come avrebbero chiamato il Ragazzo-col-naso dopo l’intervento. Forse il Ragazzo-senza-gobba, non so, mi pareva difficile che da lì si potesse tornare al nome puro e semplice. Fatto sta che al posto di un collega, una settimana dopo è arrivato un tizio di almeno sessant’anni. Un piccoletto torvo, con una specie di velo davanti agli occhi, come quello che hanno i cani vecchi.
          Mi ha messo in mano una falce e mi ha detto di seguirlo. La routine doveva essere sospesa per un lavoro urgente: tagliare l’erba attorno ai gasdotti. Non importa che voi sappiate che non avevo mai usato né falce né forcone e che l’erba da tagliare in realtà era una giungla di svariati ettari.

            Ho resistito tre giorni sotto gli insulti del mio nuovo capo – calli veri sulle mani, vero mal di schiena – poi vilmente mi sono ritirato. Quando mio padre mi ha trovato tra le braccia di mia madre che mi coccolava come un moccioso, si è infuriato, ha detto che così facevamo tutti una figura da schifo e che, comunque, per dimostrare almeno un po’ di carattere l’indomani avrei dovuto «dare» i quindici giorni e non licenziarmi così, in tronco, perdendo anche le due lire di liquidazione che mi spettavano.
            Ovviamente il qui presente pusillanime non ha «dato» i quindici giorni e l’indomani è andato al mare anche al mattino.

              Ovviamente a settembre mio padre mi ha fatto trovare la mia adorata Vespa sotto casa, pronta per il primo giorno di scuola. Ovviamente molti anni dopo, quando mi sono arrivati i primi statini dell’Inps, ho scoperto che non avevo perso nessuna liquidazione per il semplice fatto che la ditta di pulizie aveva solo fatto finta di assumermi e mi aveva sempre pagato in nero (ciao Fabio).