“100anni” Il corpo del lavoro, dai muscoli ai fantasmi

09/03/2006
    gioved� 9 marzo 2006

    Pagina 25 – Orizzonti

    Il corpo del lavoro, dai muscoli ai fantasmi


      �I COSTRUTTORI�: a Rimini cento anni di arte italiana dedicata alla classe lavoratrice e alla sua evoluzione. Dalla fisicit� all’immaterialit�, dalle officine a Internet

        di Luca Baldazzi

          Erano raffigurati come titani ed eroi, sono diventati quasi fantasmi. Non saranno andati in paradiso, gli operai, ma nell’immaginario dei media oggi sono altrettanto evanescenti di una schiera di beati e santi. Oscurati, rimossi. L’arte italiana, per�, negli ultimi anni ha ripreso una lunga tradizione e ha ricominciato a confrontarsi con il mondo del lavoro. Anzi, a raccontare il �corpo� del lavoro: ne d� testimonianza una bella e ampia mostra dal titolo I costruttori, da poco inaugurata a Rimini (a Castel Sismondo, dove rester� fino al primo maggio: info tel. 800 961993) in occasione del centenario della Cgil e del suo congresso nazionale appena concluso.

            In un centinaio di dipinti, sculture, foto e video-installazioni dal 1906 ad oggi, si rileggono insieme la nostra storia dell’arte e i tanti mutamenti dello sguardo della societ� sui lavoratori. Idealizzati, all’inizio del ’900, da opere come l’Allegoria del lavoro di un giovanissimo Carlo Carr�: che dipinge l’operaio a torso nudo, tra i bagliori rossastri della fonderia, la mano levata in posa eroica a reggere un martello. Come un Vulcano, un semi-dio trionfante. � il documento di un momento in cui i lavoratori prendono coscienza di essere un nuovo soggetto sociale. E l’arte, nel descriverne l’entrata in scena, cerca nuovi linguaggi, abbandonando presto l’allegoria per la fisicit�. Cos� il corpo come sudore, carne e nervi � il tema che ritorna in molte opere esposte. Come nei Costruttori (1907), gruppo scultoreo di Arturo Dazzi, con le sue quattro michelangiolesche figure che sollevano una pesante putrella. E di qui in poi, con le tele di Boccioni, Carena, Camarda e molti altri � tutto un fiorire di operai dei cantieri navali, fabbri ferrai, minatori, contadini, ritratti tra realismo e divisionismo.

              Un’epica della fatica per costruire il mondo nuovo. E un’iconografia che ovviamente il fascismo non si fece sfuggire: il lavoro, dal 1922, diventa tema centrale della decorazione monumentale e pubblica. Ma soprattutto in Mario Sironi, rappresentato pi� volte in mostra, si coglie sotto traccia il dramma di un conflitto: quello tra la pomposa retorica del regime sulla centralit� dei lavoratori e la realt� autoritaria che ne negava i diritti. Si passa poi, nel percorso allestito sui tre piani del castello riminese, al dopoguerra e agli anni del boom economico, quando un’altra generazione di pittori cominci� a cercare un nuovo pubblico, anche nelle officine e nelle cooperative agricole. Negli anni ’50 �per la prima volta – ha ricordato il pittore Renzo Vespignani – il popolo prendeva l’iniziativa. Chiedeva a noi artisti un aiuto diretto e un messaggio che sostenesse i lavoratori nelle loro lotte�. Cos� il �corpo� del lavoro � raffigurato in modo da denunciarne lo sfruttamento: e si vedono in mostra le Acciaierie di Terni di Guttuso, gli Scaricatori di Giulio Turcato, i Birolli e i Borgonzoni, i Mafai e gli Zigaina, ma anche l’Interno di fabbrica post-cubista di Emilio Vedova. E opere dove la rappresentazione della sofferenza si rif� all’arte sacra, come il dipinto che Gabriele Mucchi (1949) dedica alla morte della bracciante ferrarese Maria Margotti, uccisa dai carabinieri durante uno sciopero e ritratta mentre viene portata sulle spalle dalle compagne, in una sorta di laica Deposizione dalla croce.

                Qui � l’apice, e insieme l’inizio della rimozione. A partire dalla met� degli anni ’60, il corpo del lavoratore comincia ad eclissarsi. A sparire dalle opere d’arte, anche un po’ in anticipo rispetto all’entrata in crisi della fabbrica e del processo di produzione fordista. Ma il lavoro si prende la sua rivincita e torna in scena con forza negli anni ’90, grazie ad una nuova generazione di giovani artisti. �� stata una sorpresa anche per noi – dice Luigi Martini della Promoart, societ� curatrice del catalogo delle Raccolte d’arte della Cgil, che ha ideato questa mostra con gli studiosi Mariastella Margozzi e Antonello Negri -. Non pensavamo di trovare cos� tante opere sul tema del lavoro in anni recenti�. E invece ci sono: magari per registrare un’assenza e un bisogno di memoria, come nel caso delle fabbriche abbandonate dipinte con precisione fotografica da Andrea Chiesi. Edifici dismessi e spettrali, pezzi di archeologia industriale che segnalano un vuoto e la nostalgia di un senso perduto di comunit�. Nell’epoca dei call center e del lavoro immateriale, ansiogeno e precario, il corpo del lavoratore non si vede pi�: ma gli artisti continuano a registrarne echi, tracce e impronte. Cos� il trentenne Alessandro Di Giambattista crea una Sindone dell’operaio con l’immagine impressa dal grasso industriale su un lenzuolo. Dario Ghibaudo, con Homo Pronto, ci mostra un operaio-bambolotto a grandezza naturale, confezionato con tanto di avvertenze: �Non ha funzioni fisiologiche n� esigenze rigenerative�. Il sogno dell’imprenditore senza scrupoli. O forse, quell’imprenditore preferirebbe avere alle sue dipendenze i Giovani uomini di Eva Marisaldi: l’installazione � fatta solo da un paio di pantaloni di tuta, tenuti in perpetuo movimento da un congegno meccanico. Ancora un fantasma. Di Chaplin operaio in Tempi moderni, e di diritti che bisogna continuare a difendere.