“100anni” Cgil, cent’anni e non sentirli (M.Rizzo)

27/09/2005

    martedì 27 settembre 2005

    Cgil, cent’anni
    e non sentirli

      di Marco Rizzo

        1906-2006. La Cgil compie cento e non li dimostra. L’anno che verrà deve dunque essere interpretato come una ricorrenza che occorre salutare con tutti i crismi dell’ufficialità delle occasioni importanti; senza retorica, certo, perché è solo un punto d’inizio, una tappa importante, segnata dopo un accidentato cammino di lotte, sacrifici e rinunce da parte dei lavoratori e del movimento operaio. Battaglie lunghe un secolo, cento anni di patrimonio di coraggio e coerenza, fatto anche di contraddizioni, ma complessivamente volto alla difesa reale dei lavoratori. I cambiamenti profondi, occorsi a livello globale, hanno modificato profondamente l’organizzazione del mondo del lavoro, che dovrebbe più correttamente essere oggi denominato mondo dei lavori, proprio perché via via più precario, parcellizzato, e con sempre meno tutele, purtroppo. Uno scenario che può ancora peggiorare, se si considera il dilagare del fenomeno della delocalizzazione funzionale alle aziende per ottenere il massimo profitto con il minimo della spesa. Di fronte a tutto questo, o vi sono prese di posizione forti, a partire dalla sinistra, per contrastare una deriva che ha inquinato il senso comune e con esso la percezione dei lavoratori di essere “classe”, per consegnarli all’egoismo sociale predicato da forze xenofobe ed anti europee come la Lega, oppure avremo perso una battaglia culturale e politica della riproposizione di una egemonia a sinistra capace di trasformare in senso progressista il Paese. Ma i lavoratori sono scesi, oggi, al punto più basso della loro rappresentanza politica. Nel lungo dopo guerra parlavi di rappresentanza del mondo del lavoro e pensavi subito al Partito Comunista e, per certi versi, anche alla stessa Dc o al Psi. Adesso non è più così, perché una sorta di “interclassismo militante” è penetrato nel dna dei partiti della sinistra. O saremo all’altezza di ridare voce a chi voce non ha, o riusciremo a rendere protagonisti i cosiddetti invisibili, sapendo interpretare i nuovi bisogni della complessa società contemporanea ripartendo dalla contraddizione capitale-lavoro – che non è assimilabile a nessuna altra contraddizione della moderna società capitalista – oppure avremo perso i riferimenti ideali di una battaglia difficile, ma che va combattuta sino in fondo: senza timori. Abbiamo fatto passi da gambero. La condizione dei lavoratori oggi è senza dubbio peggiore rispetto a quella di dieci anni fa. Se prima si dava per scontato l’assunto secondo cui il futuro dei figli sarebbe stato certamente migliore di quello dei padri, oggi non possiamo più affermare la stessa cosa. Che cosa è venuto meno? La crisi della politica, intesa anche come rappresentanza delle classi sociali. Dalle ceneri della precarizzazione e del lavoro sfruttato, la sinistra, con l’essenziale contributo del sindacato, può e deve ripartire per rilanciare una piattaforma che sappia riscuotere condivisione e consenso, e – perché no – anche entusiasmo e passione. Negli ultimi anni la Cgil ha praticato una supplenza politica, sostituendo spesso la sinistra, a partire dalla difesa dell’articolo 18. Ma, altrettanto spesso, alcune battaglie del sindacato sono state lasciate cadere nel vuoto. L’ultimo esempio giace in Parlamento. 5 milioni di firme per una legge di iniziativa popolare a difesa del lavoro depositate dalla Cgil nel 2004: nessuna forza politica, né della sinistra, né del centrosinistra che abbia avuto la volontà di raccogliere quelle istanze nelle più svariate pratiche parlamentari. Sia dunque il 2006 non solo l’anno della cacciata di Berlusconi, l’anno dei 100 anni della Cgil, ma diventi anche l’occasione per riflettere e agire concretamente per fare contare finalmente il mondo dei lavori.


      L’autore è Presidente
      della Delegazione dei Comunisti italiani
      al parlamento europeo