“100anni” Caro professor Baglioni, non è solo Cisl quello che luccica (S.Leonardi)

14/09/2005
    martedì 13 settembre 2005

      pagina 10

        CAPITALE/LAVORO

          IL CENTENARIO CGIL / POLEMICHE

            Caro professor Baglioni, non è solo Cisl quello che luccica

              Salvo Leonardi*
              * Ires Cgil Nazionale

                A commento delle iniziative e degli interventi che in questi giorni hanno salutato l’inizio delle celebrazioni per il centenario della Cgil nel 2006, Guido Baglioni – decano degli studiosi italiani di relazioni industriali e autorevole sociologo cislino – ha scritto sul Sole24Ore dell’8 settembre scorso un articolo volto a ridimensionare ruolo e meriti della Cgil nella storia sindacale del nostro paese, e con essi l’esagerata enfasi, a suo dire, di quanti invece ne attesterebbero in questi giorni il riconoscimento. Si potrebbe forse obiettare sull’opportunità e il tempismo di un intervento che, nei giorni in cui si celebra un così venerabile e ormai raro genetliaco, induce un caro parente a guastare la festa, con ricordi e valutazioni volti a sminuire i pregi e le virtù del festeggiato, per esaltare di contro i propri. Ma non è questo il punto. Nell’articolo si legge infatti che: «sul piano della strategia sindacale non è certo la Cgil che ha dato gli apporti più innovativi», che sarebbero stati «promossi non dalla Cgil ma dalla Cisl», e che la Cgil «si è spesso opposta o è arrivata ad accettarli in un secondo momento». I riferimenti cislini di Baglioni vanno all’autonomia sindacale dalla politica, alla preferenza delle relazioni negoziali rispetto alla regolamentazione legislativa, all’articolazione del sistema contrattuale, alla concertazione e partecipazione nei luoghi di lavoro.

                  Non è certo nostra intenzione negare, o anche solo diminuire, l’effettivo valore di tante e importanti intuizioni che la cultura sindacale della Cisl ha saputo innestare nell’evoluzione complessa delle relazioni sindacali italiane. Riteniamo tuttavia che tale complessa evoluzione abbia recato con sé i tratti fortemente plurali che hanno sempre animato le vicende della classe operaia italiana e delle sue organizzazioni di rappresentanza. Un processo di ibridazione che ha non solo contaminato reciprocamente gli orientamenti delle due maggiori organizzazioni sindacali, ma che ha vivacemente attraversato ciascuna di esse – sincronicamente e diacronicamente – con influenze ugualmente vitali, anche se minoritarie, emanate da altri filoni politici e culturali del nostro paese. Nessuno meglio di Baglioni, ci ha ad esempio spiegato quanto diversa fosse la Cisl di Carniti da quella di Pastore, o – negli stessi anni – la Fim milanese dalle organizzazioni di Sartori e di Vito Scalia.

                    Il valore di ogni singola intuizione andrebbe adeguatamente contestualizzata nel clima in cui è stata generata. Siamo davvero sicuri che sulla democrazia industriale la Cisl abbia avuto il merito esclusivo di capirne al meglio valore e potenzialità? Dobbiamo dunque considerare ininfluenti i contributi del socialista Morandi sui Consigli di gestione, quelli di Panzieri sul controllo operaio o di Amato e Trentin sul piano di impresa? Quanto hanno contato le posizioni di Di Vittorio e della sua Cgil, col Piano del lavoro o con le proposte di uno Statuto dei lavoratori, già dal IV Congresso del `52? Che dire poi del contributo di dirigenti come Trentin o Garavini all’elaborazione di una matura teoria e pratica dei Consigli e della democrazia sindacale? Che poi la scelta negoziale sia sempre e comunque meglio di quella legislativa è un’assunzione ideologica, confutabile in linea teorica, pratica e comparativa. Tra i paesi democratici di cui parla Baglioni vi sono la Svezia e la Germania, dove l’intervento legislativo è stato ben maggiore di quei paesi astensionistici, come Usa e Regno Unito, in cui il sindacato paga oggi tributi pesanti a quella scelta.

                      Se Baglioni rileggesse se stesso, e quanto scriveva in Il sindacato dell’autonomia (De Donato, 1975), traccerebbe un profilo meno agiografico e continuista della storia del suo sindacato. Cogliendo fasi e sfumature del tutto assenti dall’articolo pubblicato sul Sole. Ci sia permesso di ricordare come in quel testo il Professore denunciasse «il dogmatismo astratto dell’ideologia ufficiale della Cisl» (p. 28). Prima del `68, con la «liquidazione» di quella ideologia, la Cisl non disporrebbe di «una analisi della classe che governa i processi economico-produttivi ed ignora il fenomeno capitalismo nelle sue implicazioni extra-produttive». Un sindacato, il cui carattere originario sarebbe stato «economicistico, legato organicamente al mondo cattolico e alla Dc, fondamentalmente anti-comunista, prudente nelle rivendicazioni e cauto nelle lotte, chiuso ai movimenti sociali e al dibattito politico-culturale» (p. 51). Dell’egualitarismo salariale cislino, e fimmino in particolare, ricordato giustamente da Castronuovo e contestato dal Baglioni di oggi, il Baglioni di ieri tracciava un autentico panegirico, assumendolo come «punta di diamante di una politica di classe (…) che consiste nell’impedire che gli interessi dei lavoratori vengano sacrificati in nome di quelli del paese e confusi con quelli di altri gruppi sociali» (p. 53). Con tanti saluti, a questo punto, alla concertazione e al salario legato alla produttività, che sempre avrebbero ispirato la politica della Cisl. Nessuno, come individuo o organizzazione, deve sentirsi obbligato a rimanere eternamente fedele a se stesso, e ognuno è ovviamente libero di cambiare idee. Ma sul piano dell’analisi storiografica ci si potrebbe anche aspettare maggiore coerenza. Vorremmo poter esserci quando, fra 43 anni, anche la Cisl celebrerà il suo centenario – ugualmente glorioso – così da ricordare tutti, nel miglior spirito di unità e confronto, la forza e la grandezza, ancora attuali, del movimento sindacale italiano.